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“5 Elementi 5” Legno Fuoco Terra Metallo Acqua - Armonie e contrasti della natura visti attraverso l’Arte e il Feng Shui

Conferenza e Mostra di Arti visive 6 /13 aprile - Complesso dell’ex-Cartiera Latina, Parco regionale dell’Appia Antica - Via Appia Antica 42

Si inaugura sabato 6 aprile un evento interdisciplinare che ha per tema i 5 elementi energetici del Feng shui, visti attraverso l’ottica di una disquisizione teorica e di un’interpretazione artistica. L’evento si articola in una Conferenza di una giornata tenuta da Luigi Straffi e Pasquale Fonte fondatori e docenti della Fengshuiroma architecture&design school ed una mostra di arti visive ad essa collegata curata da Antonietta Campilongo, direttore artistico della NWart. 

L’evento prende il via sabato 6 aprile dalle ore 11.00 alle ore 19.30, con la conferenza (ore 11,00-16,00 con pausa dalle 13,00 alle 14,30) e l’inaugurazione della mostra che vede in esposizione le opere di 30 artisti impegnati in varie discipline e tecniche artistiche. Nel pomeriggio si potrà assistere ad art-actions e performances  legate al tema dell’evento.

Artisti partecipanti: artisti innocenti, Rosella Barretta, Rossana Bartolozzi, Mariagrazia Borhy, Viviana Boscardin, Antonietta Campilongo, Cristina Castellani, Antonella Catini, Antonella Catini, Lucente, Federica Cecchi, Andrea Ciampini , Elena Colusso, Davidbart (Davide Preti) Sara De Nardis, Massimiliano Doria, Francesco Fai, Daniela Foschi, Elettra La Marca, Elvi Maccari, Sante Muro, Lucia Nicolai, William Pacifici, Sabrina Pantacchini, Eugenio Rattà, Patrizia Ricchiuti & Claudia Rivelli, Adalgisa Santucci, Stefania Scala, Claudia Scalera, Angela Scappaticci, Antonella Spanò, Andrea Sterpa.

L’evento organizzato e prodotto da Associazione Neworld insieme aNWart e Fengshuiroma school, si svolge con il Patrocinio della Regione Lazio – Ente Parco Regionale Appia Antica - Municipio Roma XI 

www.nwart.it    www.neworldproject.it   

anto.camp@fastwebnet.it    Tel. 339 4394399 

E' necessario prenotarsi per la conferenza per limite di posti: 
tel 3381615420 oppure inviare mail:  neworld@fastwebnet.it 

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SABATO 16 FEBBRAIO alle ore 16,30, in occasione della VII edizione di Openartmarket alla Fonderia delle Arti, presenteremo il progetto "Nuvola creativa"

Teatro della Fonderia, Via Assisi 31, Roma. Per info inviare mail a: neworld@fastwebnet.it  o chiamare a 338 1615420

(per l'ingresso è necessario fare la tessera annuale di 2 euro dell'associazione Fonderia delle Arti)

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www.openartmarket.it   www.nwart.it

Ci siamo domandati dopo anni di organizzazione e cura mostre collettive, art-action, manifestazioni finalizzate anche a temi sociali ed ecologisti (a cui molti di voi hanno dato un valido contributo), in che modo ancora più incisivo fosse possibile sviluppare i nostri e i vostri progetti artistici, i mezzi per comunicarli e renderli visibili; dove e come trovare luoghi fisici di incubazione, aggregazione, rappresentazione e documentazione dell’arte contemporanea.

Dopo aver ragionato diverso tempo su queste problematiche senza arrivare a trovare soluzioni e mezzi che fossero realmente praticabili, proprio sul punto di rinunciare ad andare avanti, ci è balenata un’immagine (soffice) a dare anima ed energia all’idea: una nuvola. L’abbiamo vista così come sono le nuvole, fatte di tante gocce addensate che viaggiano insieme (gli artisti). Per di più questa nuvola è una “nuvola creativa” perché la pioggia che porta con sé bagna la terra e fa crescere qualcosa di bello che nutre ed è utile all’intera collettività.

Ma come concretizzare queste aspirazioni superando lo stato di fatto delle oggettive difficoltà: azzeramento delle risorse destinate alla cultura, scarsa considerazione e subalternità, un’insufficienza di spazi fruibili, luoghi espositivi istituzionali riservati solo agli eventi di grande richiamo, circuiti privati qualificati inavvicinabili?

Il progetto “Nuvola creativa” con  il quale l’Associazione Neworld intende dare una risposta a queste esigenze si sintetizza in tre punti chiave. Si tratta per ora ancora di un progetto nella sua fase d’incubazione che vogliamo però portare prima alla vostra attenzione per un’adesione e subito dopo all’attenzione e all’ascolto delle Amministrazioni pubbliche.

Tre sono i punti che andremo a sviluppare nel corso della presentazione del progetto:

  1. Spazi espositivi in sedi istituzionali

  2. Piazza virtuale informatica

  3. Laboratori e spazi di servizio "coworking" 

Sabato 16 Febbraio alle ore 16,30 - Teatro della Fonderia delle Arti. 

 

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LA FIAT A SCUOLA di Guido Viale. Fonte: Il Manifesto 20 gennaio 2011
 
Una valutazione critica della prospettive industriali della Fiat “modernizzata” da Marchionne, e un’indicazione della produzione necessaria.  

 

A tutti i «modernizzatori» che hanno salutato il referendum di Mirafiori come l'ingresso delle relazioni industriali italiane nella «modernità» va ricordato che la Modernità, o «Età moderna», è iniziata nel 1492 con la scoperta dell'America. A quel tempo, nella Modernità, l'Italia delle Signorie era già entrata. Nei secoli successivi ha avuto alti e bassi (attualmente sta sicuramente attraversando un basso); ma se il 14 gennaio 2011 dovesse diventare una data storica, starebbe a segnare non l'entrata ma l'uscita del paese dalla Modernità: per ripiombare in un nuovo Medioevo; oppure, per instaurare una forma nuova di «feudalesimo aziendale». Perché?
Non mi soffermo sulla limitazione del diritto di sciopero - accordata dal nuovo contratto - che ogni lavoratore dovrà poi sottoscrivere individualmente; né sulla abolizione della rappresentanza elettiva a favore di una gestione dei contenziosi affidata ai sindacati firmatari (trasformati così in missi dominici: ovvero, agenti del padrone); temi già ampiamente trattati da altri. Ma che cosa succederà in produzione?
Gli operai verranno messi in cassa integrazione, prima ordinaria, poi straordinaria, motivata da un «evento improvviso e imprevisto» (così il contratto; che però prevede «l'imprevisto» con assoluta certezza) e finanziata con fondi Inps attinti dalla «gestione speciale» dei lavoratori precari (che in questo modo verranno scorticati delle loro già irrisorie pensioni) e da contributi statali aggiuntivi (alla faccia della rinuncia della Fiat agli aiuti di Stato). Nel frattempo - oltre un anno - i lavoratori verranno convocati uno a uno per la firma del contratto individuale per vincolarli indissolubilmente ai termini dell'accordo. E per essere selezionati. Molti verranno scartati per una ragione o un'altra. È quello che Fiat sta già facendo con gli operai della Zastava, nonostante i generosi aiuti della Bei e del governo serbo. Marchionne sa bene che maestranze con un'età media di 48 anni (nel 2012), per il 30% composte da donne, e per un altro 30% certificate Rcl (ridotte capacità lavorative) non possono reggere i ritmi di lavoro previsti dall'accordo. Poi verrà costituita la NewCo - sembra che si chiamerà Mirafiori Plant - ristrutturando gli impianti con fondi Chrysler e Fiat (il famoso miliardo: ma chi sa quanto sarà poi effettivamente speso?). A febbraio 2012, se tutto «va bene», comincerà la produzione. Di che cosa?
Di Suv (che modernità!) con marchio Chrysler e Alfa, assemblati su pianali e con motori prodotti negli Usa, e poi rispediti negli Usa per essere venduti, mercato permettendo: anche con nuovi motori, i suv restano pur sempre i veicoli più energivori, quelli che avevano mandato a picco la produzione dei tre big di Detroit nel 2008; e il petrolio sta risalendo verso i cento dollari al barile. Ma che senso ha questo andarivieni tra Italia e Usa, quando persino lo stabilimento di Termini Imerese era stato giudicato improduttivo perché troppo lontano dai fornitori di componenti? Il senso è che tra le condizioni poste da Obama per consentire la scalata di Marchionne alla Chrysler c'è quella di esportare dagli Usa, e fuori dall'ambito Nafta (Canada e Messico), prodotti per almeno 1,5 mld di dollari. Dunque, pianali e motori trasferiti da Detroit a Torino (cioè da Chrysler a Fiat Plant: due società differenti anche se controllate dallo stesso management) dovranno concorrere nella misura maggiore possibile al raggiungimento dell'obiettivo. Ovvio che l'esportazione di componenti verrà sovrafatturata (lo ha già prospettato anche Massimo Mucchetti sul Corsera) e i margini di Mirafiori ridotti all'osso (o erosi completamente per giustificare successivi ridimensionamenti o la chiusura dello stabilimento); con tanti saluti per coloro che dalla produzione di nuovi modelli a più alto valore aggiunto - cioè più grandi, più complicati, più lussuosi, più spreconi, per soli ricchi - si aspettano la rimessa in sesto del Gruppo. Ma quale Gruppo?
L'accordo di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, dopo la dismissione di Termini Imerese, dopo lo spin-off di Fiat Industrial - la separazione dall'auto di Cnh e Iveco, i settori più redditizi rimasti in mano agli Agnelli - e in attesa di nuovi accordi anche per Cassino e Termoli (Melfi, cioè Sata, sta già per conto suo), prelude alla dissoluzione di Fiat Group. Intanto va notato che: a) Mirafiori - «nocciolo storico» del gruppo - non produrrà più macchine Fiat e diventerà una «fabbrica cacciavite» che lavora per altri; b) Pomigliano eredita le produzioni e l'organizzazione della fabbrica polacca di Tychy, che è di Fiat ma lavora anche per Ford e che, in attesa di chiarimenti, lavorerà sempre di più per altri; c) Magneti Marelli è in vendita; d) Maserati, Alfa, Lancia e Ferrari sono oggi, con l'eccezione dell'ultima, soprattutto marchi: che possono essere venduti come «marchi senza fabbrica», così come Tychy e Mirafiori sono o possono diventare «fabbriche senza marchio». E poi?
Poi la crisi è tutt'altro che superata. Le finanze di tre quarti dei paesi dell'Ue sono a rischio. I consumi ristagnano. Il mercato europeo dell'auto (a differenza di quelli Usa e asiatico) non dà segni di ripresa. A livello mondiale la capacità produttiva è di 100 milioni di veicoli all'anno mentre la domanda è stata di 60 milioni (sarà forse di 70 quest'anno). C'è un eccesso di capacità non solo in Europa e negli Usa, ma anche in Giappone, Cina e Corea, i cui produttori sono pronti a scalare la classifica delle vendite in Europa. Qualcuno si è chiesto quali siano i vantaggi competitivi con cui Marchionne conta di vendere ogni anno in Europa un milione in più di vetture fabbricate in Italia. Cioè di portare via almeno un milione di vendite annuali a Volkswagen, senza perdere colpi di fronte a Daimler e Kia-Yundai, in piena ascesa, o a Reanult-Nissan e Toyota, molto più solide, per non parlare dello sbarco in Europa dei produttori cinesi.
 
Alcuni oggi si chiedono che chance può avere una competitività ottenuta strizzando ancor più gli operai, il cui costo incide per non più del 7% sul prezzo finale del veicolo. Molti meno si sono chiesti che senso ha paragonare i 100 o 80 veicoli annui per addetto prodotti da Fiat in Polonia o in Brasile con i 30 degli stabilimenti italiani. A parte la differente complessità dei modelli e il differente confine tra fornitura esterna e fasi internalizzate, come si fa a paragonare la produttività di fabbriche che lavorano a pieno ritmo con quella di impianti dove le giornate di cassa sono più di quelle lavorate? La verità è che se Marchionne vuole vendere, o affittare, o dare in uso ad altri i suoi impianti, ciascuno dei quali farà capo a una diversa società, il valore aggiunto di una manodopera messa alle corde è molto maggiore di quello degli impianti dello stabilimento che li impiega. Ma le due cose sono indisgiungibili. È questo il feudalesimo aziendale a cui ci sta portando l'accordo di Mirafiori; quello che fa degli operai i nuovi «servi della gleba» dell'impresa globalizzata.
Marchionne e i suoi azionisti se riescono a portare a termine la scalata a Chrysler possono anche permettersi di mandare a fondo i lavoratori della Fiat, dopo averli legati con un accordo capestro ai loro rispettivi stabilimenti. Ne ricaveranno un aumento di utili e stock option. Ma chi vive del suo lavoro non può farlo. Però il futuro degli impianti, del knowhow e del lavoro che oggi fanno ancora capo a Fiat o al suo indotto non riposa più sull'industria dell'auto. I settori che hanno un avvenire sono quelli che conducono verso la sostenibilità: rinnovabili, efficienza energetica, ecoedilizia, riassetto del territorio, mobilità flessibile, agricoltura e alimentazione biologiche. Il tutto - tendenzialmente - a rifiuti e a km zero.
 
Ma la conversione ecologica dell'apparato produttivo e dei nostri consumi avrà ancora bisogno per un tempo per ora indefinibile di industria, economie di scala, grandi flussi di materiali, grandi impianti (il contrario dei chilometri zero) e di lavoratori impegnati, seppure in maniera più creativa e intelligente, su di essi. Sono temi ineludibili. Ma chi può mai lavorare a una prospettiva del genere?
 
Gli accordi capestro della Fiat avvicinano quello che un tempo era l'esercito dei «garantiti» alla condizione di un sempre più diffuso precariato. Mentre i temi e i modi in cui è andata crescendo la lotta contro la distruzione di scuola, università, ricerca e cultura fa di quel movimento, composto da precari attuali (ricercatori e studenti che lavorano per mantenersi agli studi) e futuri (milioni di giovani a cui è stato rubato il futuro), il segmento più organizzato dell'oceano del precariato italiano. 
La domanda di saperi che non servano a costruire operatori, tecnici, insegnanti e ricercatori asserviti a datori di lavoro estemporanei o a imprese ed enti fantasma, dove nessuno avrà mai la sicurezza di un reddito né la possibilità di realizzare le proprie potenzialità, non traduce solo il rigetto della riforma Gelmini e la critica pratica delle forme e dei modi in cui la trasmissione dei saperi viene organizzata e finanziata. Esprime soprattutto la rivendicazione - che può farsi proposta, pratica attiva, percorso di realizzazione - di una riforma della ricerca e dei saperi che investa i contenuti della conoscenza, le sue le finalità, la frantumazione dei saperi in tanti ambiti disciplinari privati di qualsiasi consapevolezza. Per questo il tema centrale di ogni possibile riforma di scuola, università, saperi, cultura dovrebbe essere la conversione ecologica: una prospettiva che richiede l'integrazione di conoscenze sociali, tecniche, giuridiche, economiche, storiche con pratiche fondate sul confronto e la lotta, ma anche sulla capacità di fare proposta e di promuovere organizzazione. Pratiche che possono trovare punti di riferimento e di applicazione concreti nelle lotte dei precari, dei lavoratori delle fabbriche in crisi, dell'opposizione esplicita o soffocata (come i «sì» di Mirafiori) all'avvento del nuovo feudalesimo aziendale.
 
 
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ACQUA: BATTERE LE POLITICHE LIBERISTE SI PUO' di Marco Bersani. Fonte www.attac.org

Con il via libera della Corte Costituzionale a due dei tre quesiti referendari promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua una prima vittoria è già stata conseguita.
Abbiamo sempre detto che “si scrive acqua e si legge democrazia”, ovvero che, su un bene essenziale che a tutti appartiene, devono essere le donne e gli uomini di questo Paese a poter decidere : ora tutto questo diventa possibile e nella prossima primavera il popolo italiano potrà pronunciarsi.
E potrà finalmente decidere se l’acqua debba –come i movimenti chiedono- essere riconosciuta un bene comune e un diritto umano universale o continuare ad essere considerata una merce per i profitti dei capitali finanziari e delle grandi multinazionali.
E’ questo il secondo risultato già conseguito: per la prima volta, il pensiero unico del mercato non è più una legge divina, inconfutabile e indiscutibile, bensì una scelta politica, che come tale può essere discussa, confutata e battuta.
Lo hanno già fatto gli oltre 1,4 milioni di donne e uomini che hanno sottoscritto i quesiti referendari, lo potrà ora fare l’intero popolo italiano.
E’ con grande soddisfazione che ci apprestiamo quindi a lanciare la fase decisiva della battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua, un percorso che ha permesso a questo Paese di confrontarsi con una nuova realtà : una amplissima coalizione sociale dal basso, senza padrini politici, senza potentati economici e nel più totale silenzio dei grandi mass media, che è riuscita ad imporre all’agenda politica e istituzionale un tema fondamentale come quello dell’acqua e che, per farlo, non si è affidata ad alcun vecchio o nuovo populismo rappresentativo, bensì ha costruito un percorso reticolare fatto di partecipazione e mobilitazione di tante donne e uomini alla loro prima esperienza di attivismo sociale, di connessione tra comitati locali, reti e associazioni nazionali, di obiettivi comuni tra culture ricche e differenti.
Da questo punto di vista, la chiarezza con cui la Corte ha cassato il quesito sull’acqua proposto dall’Italia dei Valori va salutata con altrettanta soddisfazione : perché era un’iniziativa che cercava –in modo peraltro confuso e contradditorio- di mettere il cappello su un’esperienza che cappelli non ne ha mai voluti : il referendum è uno spazio pubblico a cui vogliamo che tutti partecipino, non uno spazio privato di cui qualcuno possa impossessarsi.
La battaglia dell’acqua è un percorso che viene da lontano e che ha sedimentato in anni di lavoro una nuova narrazione sui beni comuni, un percorso fatto di proteste e di proposte : alle lobbies di Federutility e di Anfida ( i poteri forti della privatizzazione dell’acqua), a cui piace denigrare dicendo che vogliamo trasformare l’Italia nella Corea del Nord, diciamo che una nostra proposta di legge, con oltre 400.000 firme giace da oltre tre anni nei cassetti delle commissioni parlamentari, senza che alcuna delle attuali forze politiche parlamentari si sia posta il problema di leggerla o di discuterla.
Ma non potranno nascondersi oltre : da subito, non solo chiediamo, ma esigiamo che sia approvato un decreto di moratoria sugli effetti dell’attuale ‘Legge Ronchi’ : troviamo infatti inaccettabile, nel merito e nel metodo, che su una normativa che tra qualche mese potrebbe essere abrogata, si continui a procedere, accelerando le privatizzazioni in tutti i territori.
Chiediamo inoltre, e faremo tutti i passi istituzionali necessari, che si opti da subito per l’accorpamento della data del voto referendario con quella delle prossime elezioni amministrative : una richiesta di buon senso in un paese normale, un obiettivo di lotta in questo paese dalla democrazia smarrita.
Adesso si apre la fase più importante di questa battaglia di civiltà : ottenuti i referendum, occorre costruire una sorta di grande agorà, di confronto e discussione capillare in ogni angolo del paese per costruire conoscenza e partecipazione.
Con una grande consapevolezza di partenza : con i referendum sull’acqua – e il concomitante quesito contro il nucleare - si apre per questo paese la straordinaria opportunità di conseguire, dopo decenni, una prima grande vittoria popolare contro le politiche liberiste.
Per questo riteniamo che il filo comune che lega le mobilitazioni per l’acqua a tutte le lotte territoriali per i beni comuni, alle mobilitazioni studentesche e del mondo della ricerca e della formazione, alle lotte dei precari e dei lavoratori metalmeccanici debba divenire trama di un nuovo tessuto sociale che, sulla riappropriazione collettiva dei diritti sociali e dei beni comuni e sulla loro gestione partecipativa, indichi un nuovo modello di società.
Fuori dalla loro crisi, dentro le nostre speranze di futuro.

 

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CAPITALE E STUDENTI di Piero Bevilacqua (Professore ordinario di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma). Fonte: www.amigi.org

Le lotte studentesche esplose in Europa negli ultimi mesi, legate ad occasioni contingenti – come le proteste contro l'aumento delle rette nel Regno Unito o quelle contro il ddl Gelmini in Italia – meritano una riflessione di portata più generale. Un rapido sguardo storico ci mette innanzi tutto sull'avviso di un fenomeno di ampia portata: la crescita costante della popolazione studentesca universitaria nell'ultimo mezzo secolo. In Italia gli studenti universitari erano 402 mila nel 1965-66, raggiungono la cifra di 1 milione e 685 mila nel 1995- 96, si attestano a poco meno di 1 milione e 800 mila nel 2009—10. Spettacolare  è anche la crescita degli scritti nel Regno Unito che tra il 1980 e il 2002 passano da poco più di 800 mila a oltre 2 milioni. Crescita proseguita fino a oggi. Nello stesso ventennio, nell'Europa a 15, essi  più che raddoppiano , passando da  6 milioni e mezzo a 13 milioni e mezzo.

A che cosa si deve una tendenza sociale e culturale così evidente e negli ultimi decenni così accelerata? Senza dubbio essa è figlia dello sviluppo "generale delle forze produttive", direbbe Marx. Le società industriali e postindustriali reclamano in maniera crescente forza-lavoro dotata di formazione superiore, in grado di soddisfare i bisogni produttivi e di creazione di servizi che il capitalismo richiede in questa fase di tarda maturità. Ma questa è solo una una faccia del processo.

Il crescente numero di ragazzi che prosegue gli studi iscrivendosi all'Università è figlio di un altro   fenomeno: la sempre più accentuata disoccupazione giovanile e il tentativo di sfuggirla e di sottrarsi a un lavoro subalterno e precario grazie a una più elevata formazione. L'ideologia della competizione, nuova religione della nostra vita quotidiana, fa il resto. Com' è noto a livello generale, e come ha  mostrato per l'Italia Livi Bacci ( Avanti giovanialla riscossa, 2008), l'ingresso dei ragazzi nel mondo del lavoro si è spostato, significativamente, sempre più in avanti.  Parlo di un fenomeno ormai storico, che dura cioé da due-tre decenni.

A tal proposito va ricordato quanto sia infondato il tentativo di molti commentatori di spiegare tutte le difficoltà del capitalismo attuale con la crisi in corso.Il loro sforzo apologetico di convincerci a tirare momentaneamente la cinghia, in attesa del luminoso avvenire che sta dietro l'angolo, ha lo scopo di farci accettare il vecchio modello   di accumulazione oggi a pezzi.Ma quel modello, dal punto di vista della capacità di creare lavoro, era in rotta da tempo.  Nel 2000, quindi 8 anni prima della Grande Crisi del nuovo millennio, nei 30 paesi dell'OCSE si contavano ben 35 milioni di disoccupati ufficiali. Creare pochi posti di lavoro e crearli precari è una tendenza ormai sistemica del capitalismo del tempo presente.

Ora, a partire dalla Processo di Bologna (1999) i gruppi dirigenti dell'UE hanno avviato un progetto di razionalizzazione degli studi universitari, tendente a uniformare a livello continentale procedure e forme di valutazione, ma con un intento strategico che apparirà evidente in seguito: staccare l'istituzione universitaria dall'ambito del welfare per trascinarla nell'agone del mercato. Da allora e in maniera sempre più evidente negli ultimi anni, gli sforzi dei riformatori  si è indirizzato a fare dell'Università del Vecchio Continente una New Public Company, vale a dire una azienda pubblica, gestita secondo stretti criteri di economicità e di profitto. Una impresa come le altre in un mondo di imprese. Gli studenti, trasformati in clienti, dovevano pagare in maniera economicamente soddisfacente per sostenere l'offerta formativa di cui facevano domanda. Domanda e offerta si dovevano incontrare. E anche la formazione, dentro le aule delle Facoltà, doveva assumere la forma di prestazioni standardizzate sottoposte a valutazioni  misurabili con crediti, secondo il nuovo e glorioso linguaggio bancario. E naturalmente gli studenti sono stati  invitati a competere tra di loro.  Così come le Facoltà e le Università, spinte  a conquistarsi gli studenti-clienti con adeguate campagne pubblicitarie.

Quanto è avvenuto nelle Università inglesi illumina di chiarezza solare fino a che punto si è   spinto il processo di aziendalizzazione degli studi, ma anche di mercificazione della vita. L'aumento delle rette fino a 9000 sterline l'anno – a parte i costi per vivere -  che verranno anticipate agli studenti dallo stato sotto forma di crediti (secondo il modello USA) determinano un mutamento drammatico nella condizione di tantissimi giovani. Essi sono costretti a indebitarsi seriamente fino al conseguimento della laurea, senza nessuna certezza della riuscita finale. A parte l'ipoteca del debito che graverà per anni sulle loro spalle, da sostenere  per lo più con lavori incerti e precari, non può certo sfuggire la novità che fa davvero epoca: gli studenti sono costretti ad assumersi precocemente dei rischi d'impresa. Da giovani in formazione  si trasformano in imprenditori che investono nel  proprio curriculum, ipotecando il proprio immediato futuro. Il neoliberismo  mostra gli ultimi cascami del suo delirio economicista, mentre estende ulteriormente gli spazi sociali dell'indebitamento. Ma per questa strada infila un cuneo di disuguaglianza nella massa dei giovani e completa un processo ormai evidente degli ultimi anni: l'emarginazione sempre più conclamata dei ceti medi. Fenomeno di paradossale inversione nella storia del capitalismo contemporaneo.

Ora, io credo che l'attuale pressione sia economica che di ordinamenti indirizzata contro l'Università pubblica in Europa ( ma anche in USA, come mostra un'ampia letteratura)  risponda a molteplici logiche. Avere una massa crescente di giovani laureati costituisce un vantaggio evidente per gli attuali gruppi dominanti. Da questa si possono selezionare  più agevolmente i quadri eccellenti che sono in grado di far fare un salto di qualità al processo di valorizzazione del capitale: grandi manager, scienziati, creatori di brevetti, inventori di nuovi prodotti e servizi. La retorica dell'eccellenza che domina nelle ciarle pubbliche quotidiane ubbidisce a tale specifico fine. Ma la dimensione di massa di questa nuova manovalanza intellettuale costa troppo e perciò si tende  da tempo ridurla  e a selezionarla. Una strada intrapresa da tempo è quella di  diminuire gli spazi dei saperi umanistici. Tutto ciò che rimanda a formazione, mondo umano, sapere critico e disinteressato, in una parola cultura, va vigorosamente ridotto. E' materia non edibile, come sostiene  un ministro della Repubblica italiana, dichiarando l'evidente intento del capitalismo attuale e dei sui rappresentanti di muovere ormai apertamente contro gli assetti della nostra civiltà. L'altra strada, che nell'Italia degli ultimi due anni ha conosciuto fasti inauditi,   è  quella di tagliare i costi generali, trasferendoli alle famiglie.

Quest'ultima necessità sembra ubbidire a realistici vincoli di bilancio e quindi difficilmente aggirabile. In realtà, si tratta di una contabilità fasulla che trasforma l'interesse capitalistico in senso comune. Addirittura in realistico buon senso, specie di questi tempi, in cui la Crisi è stata trasformata in una sorta di minaccia divina, cui chinarsi rassegnati e pazienti.   Che cosa appare , invece, a uno sguardo analitico che osservi i fenomeni a un livello minimo di profondità? Come già aveva osservato Marx, la formazione scolastica e culturale di un individuo soddisfa due diverse sfere di esigenze: per un verso arricchisce spiritualmente la persona, lo emancipa dalla sua condizione naturale, lo dota di sapere per sé. Ma al tempo stesso  lo predispone a servire in forme più elevate la valorizzazione del capitale. Nessuno, nella società capitalistica contemporanea, sfugge a questo compito generale. Oggi, come già nell' '800 di Marx « tutte le scienze sono catturate al servizio del capitale.>>.

Ma allora non può sfuggire la ben diversa contabilità che oggi va messa in luce. Tanto le famiglie che lo stato, nell'investire in formazione, non elevano solo culturalmente le nuove generazioni. Contribuiscono potentemente alla valorizzazione del capitale, creando forza lavoro altamente qualificata per le imprese. In alcuni casi, come nelle Facoltà di Economia, con i soldi pubblici  si  preparano soldatini pronti alla “guerra economica” senza neppure dotarli di quella cultura che potrebbe renderli non solo tecnici della crescita, ma anche esseri pensanti. I risparmi delle famiglie e il danaro di tutti, rastrellato attraverso la fiscalità generale, va a valorizzare l'impresa economica dei privati. E solo una ristretta élite di giovani parteciperà, più tardi, al   banchetto dei profitti capitalistici. Chi restituirà alle famiglie il valore in più che con i loro risparmi hanno generato per il capitale? In che misura  il fisco gravante sulle imprese restituirà allo stato gli investimenti sostenuti per valorizzare la forza lavoro altamente qualificata che esse impiegano?

E' evidente dunque che il bene comune del sapere necessità oggi di una nuova contabilità. Gli oneri per la sua produzione vanno ripartiti secondo un nuovo calcolo dell'utilità generale. Gli studenti europei mostrano di aver compreso l'aspro fronte di classe in cui si inscrive oggi la loro lotta.   Quando la capiranno le formazioni politiche che si richiamano alla sinistra?

(Dic. 2010)

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QUALE CRESCITA NELLA CRISI ECOLOGICA? Intervista a Luciano Gallino  di Carla Ravaioli da Il Manifesto del 24/10/2010


Luciano Gallino, come giudica le politiche seguite da quanti hanno responsabilità pubbliche (industriali, economisti, politici) al fine di superare la crisi? Politiche che di fatto si riassumono in rilancio di produzione e consumi, aumento del Pil, insomma crescita... Una linea che nessuno mette in discussione.

Gli interventi postcrisi sono l'esito di un processo di ristrutturazione dell'economia cominciato con Reagan e Thatcher nei primi anni anni 80, cui hanno contribuito anche governi europei guidati da socialisti: dopo aver fabbricato la crisi, tentano ora di porvi rimedio con metodi tipicamente neoliberali. Ma bisogna fare qualche distinzione. Gli Stati Uniti, motore primo del capitalismo finanziario, da cui è partita la crisi, stanno facendo una politica un po' più progressista dell' Europa: salvando le banche, ma anche contenendo la disoccupazione con forti interventi di stimolo, e destinando decine di miliardi a una politica ecologica. Con tutti i suoi limiti, si tratta pur sempre del primo segno di vita della politica nei confronti della finanza. Mentre la Ue, fedele alla strategia di Lisbona, sta andando in tutt'altra direzione.

Quello che lei mi dice conferma la totale disattenzione del mondo politico nei confronti della crisi ecologica planetaria, e che il rilancio dell'economia mondiale non può che aggravare. Come giudica tutto ciò?

Lo giudico un grosso pericolo. E' come essere su un aereo che sta andando dritto contro una montagna e in cabina non c'è nessuno...

Di recente il Global Footprint Network ha annunciato che è già stata consumata la quantità di natura da potersi usare quest'anno senza squilibrare ulteriormente l'ecosistema. E la data viene anticipata ogni anno... Ma nessuno ci fa caso: seguitano a invocare crescita, dimenticando che (a prescindere dall'aumento di catastrofi) alla crescita può mancare la materia prima...

Ha detto quasi tutto lei. Io ho finito di scrivere un libro sulla crisi come crisi di civiltà, in cui tra l'altro ricordo che l'impronta ecologica dell'economia globale occupa ormai un pianeta virgola tre. Se il Sud del mondo dovesse produrre come l'Occidente, in pochi anni di Terre ce ne vorrebbero due. I responsabili principali sono la fede neoliberale e le pratiche economiche che ne sono derivate. Le dottrine economiche del neoliberalismo parlano di foreste, di mari, di acque, di terreni, ecc. sotto un unico aspetto: la valorizzazione. Uno distrugge mille kmq di foreste pluviali in Indonesia o in Brasile e la considera un'opera di valorizzazione: qualcosa che pareva non servire a nulla diventa materiale da costruzione. Questa dottrina economica è affatto irrazionale, perché non calcola nei passivi la distruzione dei servizi che quella foresta - o quella palude, quell'agro, quel fiume - rendeva: un valore annuo che in media supera di due o tre volte il ricavo della cosiddetta valorizzazione. Con la differenza che quei servizi che erano durevoli sono scomparsi per sempre, mentre la valorizzazione avviene una volta sola.

Ma questo comportamento non attiene alla natura stessa del capitale?

Del capitale senza regole e senza controlli. Ma ci sono stati dei periodi in cui il capitale era ragionevolmente regolato.

Forse perché, come dice Wallerstein, c'erano ancora degli spazi in cui fuggire... Il mondo non era antropizzato, sfruttato come ora.

Questo è indubbio. Oggi, al di fuori della società capitalistica mondiale, non c'è nessuno spazio. Ma ci sono anche altri fattori geopolitici da considerare. Tra il 1945 e il 1980 il capitalismo fu in qualche modo regolato. In diversi paesi europei gli orari di lavoro furono ridotti: in Francia si arrivò alle ferie di cinque settimane. Per molti motivi. Non ultima la presenza di una grande ombra a oriente, che induceva imprenditori, banchieri, politici, a muoversi con cautela. Finito ciò, s'è avuta la controffensiva, mirante a tagliare le conquiste sociali intervenute tra il '60 e l'80. E tutta la legislazione è stata modificata in modo da dare massimo spazio al capitalismo finanziario.

Secondo una politica totalmente identificata con l'economia neoliberista...

Certo, quella vincente. La politica neoliberale è a suo modo una politica totalitaria, persino con connotazioni fideistiche: lo stato deve essere ridotto ai minimi termini. Le strade verso la crisi ecologica globale sono state spianate a colpi di legge da una politica che ritiene prioritaria l'economia. Bisogna recuperare la capacità della politica di imporsi in qualche misura all'economia, in specie alla finanza. Certo con difficoltà enormi: questa realtà è stata messa in piedi già dalla fine degli anni '40.

Quando il problema ambiente ancora non si poneva...

Sì, allora la conquista del dominio dell'economia sulla politica si poneva in termini molto chiari. La globalizzazione è stata uno degli strumenti per costruire un dominio politico e ideologico non meno che economico. E finora è mancata la controffensiva. Soprattutto è scomparso il pensiero critico.

E in tutto ciò il problema ambiente è stato completamente rimosso...

Non direi che è stato rimosso. Gli economisti neoliberali, principali artefici del disastro, in realtà ne erano e ne sono benissimo consapevoli. Soltanto che, finché dura, ci vedono un'occasione di profitto.

Il moltiplicarsi di questi disastri, dovrebbe allarmare questi signori...

Perché mai dovrebbero allarmarsi... La cosa, pensano, capiterà ai pronipoti...

Sta già capitando anche a loro. Con il Golfo del Messico, ad esempio.

Sta di fatto che cercare di convincerli è del tutto inutile, perché la loro forma mentale, il modo in cui calcolano costi e benefici, è strutturato in quella direzione.

Lei mi conferma che l'economia è un sistema completamente autoreferenziale, che ignora la realtà...

Abbia pazienza, attendersi qualcosa di diverso da queste persone è irrazionale da parte nostra. Sono loro i costruttori di questo mondo, che dal loro punto di vista va benissimo. Uno come Warren Buffet, il primo o il secondo uomo più ricco del mondo, alcuni anni fa ha scritto ai suoi azionisti una lettera in cui diceva: «Io non so bene se esiste qualcosa come la lotta di classe, ma se esiste è chiaro che noi siamo i vincitori». Come fai a convincerli... Il problema è che qualcuno a sinistra dovrebbe muoversi, e non soltanto l'1 o il 2 per cento.

Infatti. Non sarebbe il momento per le sinistre di rendersi conto che sfruttamento del lavoro, disoccupazione, precarietà, salari inadeguati, orari insostenibili, sono parte integrante di questa realtà ? Già Marx diceva che la produzione è solo produzione per il capitale. E Napoleoni asseriva che la vita del capitale consiste essenzialmente nella crescita di sé stesso... Sono domande centrali, oggi più di ieri. Le sinistre non dovrebbero vedere l'insostenibilità di questa situazione? In fondo erano nate per battere il capitalismo, poi hanno scelto il riformismo. Forse oggi dovrebbero accorgersi che il riformismo non serve più... Sarebbe il momento buono....

Sì, ma il momento buono cominciava almeno trent'anni fa...

Sono d'accordo, e non è cominciato... Ma serve continuare così?

Se lei mi chiede una diagnosi, le dico che le sinistre (tranne forse una quota minima della sinistra-sinistra) di quello che è successo nel mondo hanno finora capito ben poco. Perché non c'è nessuna analisi approfondita del processo di globalizzazione, che al tempo stesso è un progetto politico, economico e tecnologico. La globalizzazione per certi aspetti è stato un gigantesco progetto di politiche del lavoro, volte a portare la produzione il più possibile nei paesi dove non solo il lavoro costa meno, ma ci sono meno diritti, il problema ambiente quasi non esiste, i sindacati sono solo sulla carta o poco più. Analisi approfondite, a livello di partito, non ne abbiamo viste. Sono molto più avanti alcuni think tank liberal americani ...

Solo che poi nessuno, nemmeno autori di fama, pensa che si debba, o si possa, superare il capitalismo. Ad esempio Stiglitz, o Krugman: criticano le enormi disuguaglianze ... le condizioni tremende di certi paesi "in via di sviluppo"... Auspicano correzioni ai singoli problemi. Ma nessuno sembra supporre che il capitalismo possa avere una fine.

Senta, se mi mettessero davanti un bottone verde e uno rosso, e mi dicessero "Prema il bottone verde e il capitalismo scompare", io lo premo subito (magari dopo aver chiesto che cosa lo sostituisce). Credo tuttavia che -considerando le forze in campo e la schiacciante vittoria del neoliberismo - il massimo che oggi si possa realisticamente sperare sia un capitalismo ragionevolmente regolato. I rapporti oggi sono tali che appare già una smisurata ambizione tentare di regolare in modo pratico il capitalismo. Partendo dal terreno politico, perché è lì che bisogna intervenire.

Ma assumendo in tutta la sua portata lo squilibrio ecologico non sarebbe possibile proporre un discorso più radicale? E' un azzardo pensarlo?

E' un azzardo perché non ci sono le forze sociali. Perché il proletariato mondiale (2 miliardi e mezzo tre- miliardi di persone) nell'insieme si può anche considerare "una classe in sé". Però c'è un' enorme distanza da colmare perché diventi "una classe per sé". E ' difficile contribuire a colmare questa distanza con persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno... Come si fa a parlare di problemi ambientali a una donna di Haiti che vede i figli morire di fame?

Però adesso in Pachistan c'è un milione e mezzo di persone in fuga dall' alluvione... Dei poveracci che il problema ambiente lo patiscono sulla propria pelle. Sono i poveri che scontano lo squilibrio dell'ecosistema... Non è proprio su questo che la sinistra potrebbe lavorare?

Sì. basta trovare dov'è questa sinistra. E bisognerebbe lavorare, sgobbare, fare un'analisi approfondita, resuscitare il pensiero critico... Ci hanno rinunciato quasi tutti. Ma è vero che la questione della disuguaglianza è tragicamente collegata all'ambiente. Anche se con quelli che non sanno cosa si mangia stasera, di ambiente è difficile discorrere.

Forse sarebbe necessario per un momento mettere da parte i problemi storici delle sinistre - lavoro, salario, casa ... - per affrontare questa aporia di una crescita produttiva illimitata in un mondo che illimitato non è. ... In questa chiave tutte le politiche tradizionali potrebbero essere riviste...

Lei con me sfonda non una porta aperta, ma un cancello. Però occorre considerare che ci troviamo di fronte a formazioni politiche che hanno drammaticamente perso la loro battaglia. D'altronde temo non basti l'esortazione, né la critica più dura. Il loro carattere sociale è stato formato in quel modo e non si può tagliare la testa al soggetto per cambiargliela. Bisogna trovare il modo di mostrargli altre cose, di insegnarli altre cose. Ma per questo mancano i think tank, mancano i politici. Ad esempio, una delle grandi questioni politiche di cui non si parla è che le enormi disuguaglianze esistenti nel mondo sono state un fattore importante sia della crisi finanziaria sia della crisi industriale, e non da ultimo della stessa crisi ecologica. La lotta alle disuguaglianze è la prima da combattere se si vuole che qualcuno ci segua anche sul terreno della politica ambientale.

Forse occorre considerare anche quello che a me pare uno dei guasti più profondi: cioè il fatto che il consumismo, l'identificazione col possesso di oggetti...e quindi la competitività, la corsa al reddito, siano causa di una corruzione mentale gravissima, che comporta poi anche la corruzione spicciola...

Non c'è dubbio. Penso all'ultimo libro di Benjamin Barber "Consumati", che analizza l'infantilizzazione dei consumatori, addirittura il rimbecillimento, dei giovani soprattutto ma anche degli adulti. Io non parlerei però di corruzione o deformazione, userei termini come carattere sociale, come diceva Erich Fromm, per indicare un carattere molto diverso e magari opposto a quello che noi vorremmo.

E però la consapevolezza di una crisi non solo ecologica non più sopportabile, si va diffondendo, specie tra i giovani... E' gente che, magari duramente criticandole, astenendosi dal voto, fa però riferimento alle sinistre... Non sarebbe questa una base da cui partire?

Io sono scettico su posizioni di questo genere, sostenute peraltro da più d'un autore. A me sembrano una riedizione in piccolo della speranza nel soggetto rivoluzionario che sorge per forza propria. Certo esiste tra un certo numero di persone la consapevolezza del rischio ecologico, ma non basta. Occorre che questa consapevolezza entri nella politica, si faccia politica... e per questo ci vogliono le forze, ci vogliono dei voti, dei parlamentari... Mi pare che siamo ancora lontani da questi traguardi. 
 


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VOCE A CHI NUTRE IL MONDO  di Marinella Correggia da Il manifesto del 16/10/2010

È ancora il mestiere più affollato, la produzione di cibo: vi si dedica quasi la metà della popolazione mondiale. Ma come, gli agricoltori non stavano scomparendo? No. Secondo la statistica dell'Etc Group, un miliardo e mezzo di agricoltori (full-time o part-time) su 380 milioni di aziende agricole si intrecciano con 800 milioni di persone che coltivano spazi urbani, 410 milioni di raccoglitori-cacciatori nelle foreste e savane, 190 milioni di pastori e 100 milioni di pescatori. 
Questa immensa folla produce almeno il 70 % del cibo consumato dalla popolazione mondiale, mentre solo il 30% viene dalla catena agroindustriale. E' quanto leggiamo in «Sustainable Peasant and Family Farm Agriculture Can Feed the World», l'ultimo rapporto di La Via Campesina, il «movimento internazionale di contadini, piccoli e medi produttori, senza terra, donne rurali, popoli indigeni, gioventù contadina e lavoratori della terra» (così si definisce) composto da 150 organizzazioni associate in 70 paesi di tutti i continenti esclusa l'Australia. Il rapporto fa il caso del Brasile: malgrado la presunta efficienza produttiva del suo agrobusiness nazionale e multinazionale, e la concentrazione della terra in latifondi, è la piccola agricoltura contadina e familiare a sfamare il paese, producendo sul 24% della terra coltivabile l'87% dei raccolti consumati a livello nazionale - mentre «l'agrobusiness ha una vocazione all'export: è più probabile che produca per i bovini europei o per le automobili di mezzo mondo che non per un bambino affamato». 
Non c'è futuro per l'umanità e cibo per il miliardo di affamati nel metodo di produzione multinazionale e su grande scala che pure è quello dominante, mentre l'agroecologia praticata e sostenuta da La Via Campesina ha più capacità di recupero rispetto al cambiamento climatico (e anzi, contribuisce a «rinfrescarlo», spiega un altro rapporto del movimento), e «potrebbe sfamare il mondo anche domani e anche di più, ma solo se le politiche pubbliche saranno amiche anziché nemiche o indifferenti, se realizzeranno vere riforme agrarie, se convertiranno all'agroecologia e alla partecipazione i servizi di divulgazione agricola, se applicheranno politiche di sovranità alimentare, se sosterranno per legge le sementi contadine, se favoriranno la commercializzazione diretta, se metteranno al bando Ogm e pesticidi tossici, se freneranno il fenomeno del "land grabbing", il furto multinazionale delle terre». 
Fino a pochi mesi fa Via Campesina poteva avanzare proposte e rivendicazioni solo al di fuori dei meccanismi decisionali internazionali. L'ha fatto per quasi quindici anni, dalla sua nascita. Ma ora ha uno strumento in più grazie all'avvenuta riforma del Comitato per la sicurezza alimentare (Cfs), l'organismo decisionale intergovernativo in materia di politiche agroalimentari istituito presso la Fao. Il Cfs si è aperto alla società civile internazionale la quale ha assunto funzioni consultive nel processo decisionale, tramite i suoi rappresentanti - tra cui Via campesina. Che si è già fatta sentire nell'ultima sessione del Cfs, costringendo i governi (molti dei quali comunque hanno appoggiato in modo convinto l'apertura del Cfs) a un braccio di ferro, un vero negoziato proprio in materia di investimenti in agricoltura. Il resto seguirà; si promette battaglia sulla strategia globale, sulle speculazioni...
«Gli agricoltori hanno più voce» si rallegra il coordinatore internazionale di Via campesina, l'indonesiano Henry Saragih. In effetti è un buon modo di celebrare, oggi, la trentesima Giornata mondiale per l'alimentazione. ...

 

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A TEANO DIAMOCI UNA MANO PER RICOSTRUIRE L’UNITÀ D’ITALIA   www.versoteano.it/?p=50

DAL  23 AL 26  OTTOBRE  CI INCONTRIAMO A TEANO …


A) Per  ritrovare le ragioni dell’Unità dopo 150 anni !!

B) Per un progetto –Paese condiviso che ci faccia uscire dalla crisi economica, sociale e morale

C) Per un nuovo Patto tra i cittadini italiani che ci permetta di  costruire un’Altra Italia di cui andare orgogliosi.

Il Patto di Teano, in dieci punti,  verrà letto domenica mattina, 24 ottobre  alle ore 10 , accompagnato  e sostenuto da dieci esperienze positive, pratiche virtuose di amministratori locali provenienti da tutta Italia.

All’incontro di Teano parteciperanno sindaci, amministratori locali, docenti e ricercatori universitari , operatori sociali e culturali e semplici cittadini che amano questo paese e  vogliono impedire che cada nel baratro della guerra etnica, dello scontro tra Lega Nord e Partito del Sud. 

A TEANO DIAMOCI UNA MANO PER RICOSTRUIRE L’ UNITA’ d’ITALIA 

Il 26 Ottobre del 2010 ricorrono i 150 anni dal celebre incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele che segnò il passaggio del Mezzogiorno nel Regno d’Italia , guidato dalla famiglia Savoia. Il dono di Garibaldi al Re piemontese ebbe conseguenze nefaste per il futuro di questo paese. Fu un dono unilaterale , senza contropartite, che comportò un costo salato per le popolazioni meridionali e ne provocò la rivolta (leggi : brigantaggio), anche per via delle promesse non mantenute e delle aspettative che il movimento garibaldino aveva suscitato. Lo Stato reagì violentemente , trattò il Sud come una colonia, e ne perse la legittimità anche presso i ceti intellettuali che avevano sostenuto il nostro Risorgimento. Iniziò un processo che portò molti intellettuali e politici meridionali a reclamare l’autonomia(federalismo) per il Mezzogiorno, mentre l’apparato produttivo meridionale subiva i contraccolpi dell’unificazione del mercato nazionale e di una politica che guardava prevalentemente alla nascente industria nel nord-ovest.
Oggi, a distanza di un secolo e mezzo , il Mezzogiorno è ritornato ad essere visto come una palla al piede dello sviluppo italiano. Ma i termini politici della questione si sono invertiti. Non è più il Mezzogiorno che reclama autonomia ed indipendenza, bensì è il Nord che vuole uscire dall’Italia. Il rischio di una secessione “dolce “ è rafforzato dalla pesante crisi economica in corso, dalla stessa messa in discussione della UE, da un processo generale di disgregazione sociale. Il pericolo che questo paese si spacchi in tanti statarelli è reale. Tutte le recenti esperienze di secessione, anche pacifica, hanno fatto registrare un regresso per i lavoratori e portato ad esaltare nazionalismi e xenofobie.

Con tutte le sue contraddizioni noi riteniamo che l’Unità d’Italia sia un valore in sé. Centocinquanta di storia hanno prodotto un profondo interscambio di culture,di storie, nel nostro paese. Le popolazioni del sud, del centro e del nord si sono fuse attraverso milioni di matrimoni misti, e la lingua italiana è oggi largamente praticata dalla stragrande maggioranza della popolazione. Le popolazioni del sud hanno dato un grande e prezioso contributo alla ricchezza economica e culturale di questo paese che deve essere riconosciuto.
Noi riteniamo che questa nostra Italia può ancora salvarsi se capisce che deve rifondare il suo patto sociale su altre basi valoriali e culturali.
A questo fine abbiamo costituito il Comitato pro Teano , per organizzare un evento che segni, non solo simbolicamente, la svolta culturale che auspichiamo.

L’ALTRITALIA A TEANO

Il 26 Ottobre del 2010 vogliamo costruire un nuovo incontro a Teano che abbia la valenza di una svolta storica, preceduto da tre giorni di intensi dibattiti e confronti, sui valori vecchi e nuovi che ci uniscono, per arrivare a sottoscrivere un nuovo Patto tra gli italiani.
Il primo giorno sarà dedicato alla storia del nostro paese , al momento cruciale dell’Unità d’Italia.
Abbiamo dato questo titolo a questa prima giornata : VERITA’ e RICONCILIAZIONE.
Vogliamo andare oltre la mitologia di un Sud arcaico e di quella opposta di un Sud ricco saccheggiato dal Nord. I migliori storici italiani e stranieri terranno banco per restituirci un immagine ed una narrazione più corrispondente alla verità. Una ricostruzione che dovrà essere poi utilizzata nelle scuole per comprendere valori e limiti di quella Unità d’Italia di 150 anni fa, ma anche per diffondere i valori della nuova unità che vogliamo costruire.

Il secondo giorno – PER UNA COOPERAZIONE CIVILE ;CULTURALE ED ECONOMICA – sarà dedicato ad una serie di work-shop tra i soggetti dell’Altreconomia per stilare una piattaforma di cooperazione sud-nord fondata sul principio del commercio equo e solidale, della finanza etica, G.A.S. ecc. che si sta affermando anche all’interno del nostro paese. Verranno individuati settori produttivi di beni e servizi dove far crescere questa nuova forma di mercato che mette insieme la valorizzazione dei produttori con i bisogni dei consumatori. Ma, anche strategie di cooperazione, consorzi nord-sud nei settori della green economy , della ricerca, dei media e dell’industria culturale. Uno spazio particolare verrà dato al tema “Il contributo del Mezzogiorno alla uscita dalla crisi finanziaria, economica e morale del nostro paese”.

Il terzo giorno, verrà approfondita la questione del Federalismo coinvolgendo sia gli amministratori locali che gli esperti che illustreranno i diversi scenari con cui ci dovremo confrontare. Nel pomeriggio della stessa giornata un grande spazio verrò dato “all’acqua bene comune” che si concluderà con la Festa dell’acqua la sera del 25.
Infine, il 26 ottobre sarà un giorno di Festa –con spettacoli e momenti di festa collettiva- sarà dedicato alla celebrazione del nuovo patto tra i cittadini italiani , con forme simboliche e rituali che devono ancora essere individuate.
Questa volta non ci saranno né Re , né Garibaldi, ma i rappresentanti degli enti locali, a partire dai Comuni, del mondo del lavoro, dell’associazionismo, della cooperazione nazionale ed internazionale, dei movimenti –ambientalisti, antimafia, pacifisti, ecc. – del mondo dell’Altreconomia. L’obiettivo è quello di portare 1000 sindaci da tutto il paese , a partire da quelli che fanno parte delle reti e che hanno già aderito alla manifestazione: Rete Comuni Solidali, Rete del Nuovo Municipio, dei Comuni virtuosi, dei Comuni dei Parchi nazionali e regionali ,Enti locali per la pace ecc. Nella giornata finale leggeremo il decalogo di principi e valori su cui vogliamo rilanciare l’Unità d’Italia, invitando il presidente della Repubblica. Questo decalogo dovrà essere costruito in questi mesi , con l’apporto di tutti gli interessati.
Hanno inoltre aderito alla manifestazione : Avviso Pubblico, LIBERA, Fondazione Responsabilità Etica e Banca Etica, Associazione delle botteghe del commercio equo, Fai la cosa giusta(Mi) , la rivista Altreconomia, Solidarietà Internazionale,la Filca e Fiba-Cisl, l’Arci, ecc.

L’incontro di Teano ha ricevuto il Patrocinio dell’ANCI ed è in attesa di quello della Presidenza della Repubblica.

Comitato per L’altra Italia a Teano
Bruno Amoroso (Centro Studi Federico Caffè); Piero Bevilacqua (Univ. di Roma) , Paolo Cacciari (giornalista),Luigi Ciotti e Tonio dall’Olio (Libera), Piero di Siena (ARS), Paul Ginsborg (Univ. di Firenze), Eugenio Melandri (Cipsi) , Ugo Biggeri (Banca Etica), Walter Bonan ( Campagna acqua bene comune nord-est), Piero Barcellona (Univ. di Catania), Paolo Beni (Arci) , Lorenzo Guadagnucci (giornalista), Miriam Giovanzana (Fai la cosa giusta,Milano), Giulio Marcon (Sbilanciamoci) , Carlo de Matthaeis (CNA), Pietro Raitano (Altreconomia), Gigi Sullo (Carta) Domenico Rizzuti (SEM) , Chiara Sasso (RECOSOL), Domenico Rizzuti (SEM), Massimo Torelli (Rete@sinistra).

PROGRAMMA COMPLETO

 

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COSA SONO I POPs (Persistent organic pollutants)? da Safe Planet. Traduzione e riadattamento di Luigi Straffi 

Una premessa su una notizia di cronaca. Sono ben 167 i POPs pesticidi identificati, (3,8 tonnellate), noti per essere bloccati nella regione del Punjab in Pakistan. Molti minacciano di contaminare i fertili terreni agricoli inondati dalle recenti piene catastrofiche e mettere a repentaglio la salute di 17 milioni di persone colpite dalla peggiore alluvione del secolo. Le sostanze chimiche tossiche come pesticidi POP sono quelle individuate ai sensi della “Convenzione di Stoccolma” sugli inquinanti organici persistenti.

Ma cosa  cosa sono i POPs? 

POPs (pesticidi) è l'acronimo di Persistent organic pollutants, (inquinanti organici persistenti). 

Inizialmente, erano 9 i POPs riconosciuti ai sensi della Convenzione di Stoccolma in quanto aventi effetti estremamente nocivi per l'uomo e l'ecosistema: aldrin, clordano, DDT, dieldrin, endrin, eptacloro, esaclorobenzene, mirex e toxafene. Diverse parti della Convenzione hanno predisposto piani di attuazione nazionali e contromisure per affrontare questi 9 prodotti chimici. Con l'entrata in vigore dei 9 nuovi emendamenti alla convenzione di Stoccolma il 26 agosto 2010, sono stati aggiunti all'allegato 5 nuovi pesticidi POP, sostanze chimiche di cui viene chiesta l'eliminazione (nell'allegato A), con alcune esenzioni.  

I 5 nuovi pesticidi POP indicati sono: clordecone, esaclorocicloesano alfa, beta esaclorocicloesano, lindano e pentaclorobenzene. 

Il lindano è ancora consentito per il trattamento medico di pidocchi e per la scabbia, e il pentaclorobenzene può essere utilizzato come prodotto chimico intermedio per la produzione di pesticidi ammessi, come ad esempio il quintozene.

Gli inquinanti organici persistenti (POPs) sono sostanze chimiche organiche che, una volta rilasciate nell'ambiente producono i seguenti effetti:

- rimangono eccezionalmente intatte e attive per lunghi periodi di tempo (molti anni);

- si distribuiscono ampiamente in tutto l'ambiente a seguito di processi naturali che coinvolgono il suolo, l'acqua e, più in particolare, l'aria;

- si accumulano con facilità nei tessuti grassi degli organismi viventi compreso l'uomo e si trovano concentrati in quantità sempre più elevati nei livelli superiori della catena alimentare; sono altamente tossici per gli esseri umani e la fauna selvatica.

- I POPs sono oggi ampiamente disseminati su vaste regioni del globo, anche dove non sono mai stati utilizzati. Questa contaminazione dell’ambiente e degli organismi viventi include molti prodotti alimentari e ha comportato un'esposizione prolungata di molte specie, compreso l’uomo, per periodi di tempo che comprende varie generazioni. Si sono così prodotti e diffusi effetti tossici acuti e cronici. 

Queste sostanze si concentrano negli organismi viventi attraverso un altro processo chiamato bioaccumulo. Anche se non solubili in acqua, sono facilmente assorbiti nel tessuto adiposo, dove le concentrazioni possono arrivare fino a 70.000 volte i livelli di fondo. 

Pesci, uccelli rapaci, mammiferi ed esseri umani essendo in alto nella catena alimentare sono soggetti ad assorbire le massime concentrazioni; quando essi si spostano, i POPs si diffondono con loro. Come risultato di questi due processi, si possono trovare i persistent organic pollutants nelle persone e negli animali che vivono in regioni remote come le terre Artiche e nelle zone montane, nonostante la distanza da qualsiasi delle principali fonti inquinanti. 

Gli effetti dei POPs sugli esseri viventi possono includere allergie e ipersensibilità, danni al sistema nervoso centrale e periferico, disordini genetici nei processi riproduttivi e compromettere seriamente il sistema  di difesa immunitario. Alcuni specifici POP sono inoltre considerati distruttori endocrini; alterando il sistema ormonale, possono danneggiare il sistema riproduttivo e immunitario degli individui e la loro prole. Possono avere inoltre effetti devastanti sullo sviluppo e procurare il cancro, ormai divenuto purtroppo una tra le  causa di morte degli esseri viventi sul pianeta.

 

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 LA BANCA E LA TERRA di Marina Forti,  da Il Manifesto del 31/07/2010 


Non è tenero con i grandi investitori, il rapporto che la Banca mondiale sta preparando sulla corsa alle acquisizioni di terre agricole in paesi in via di sviluppo, la pratica ormai universalmente nota con il nomignolo «land grab» (accaparramento di terre). 
Afferma infatti che «l'interesse degli investitori è concentrano su paesi che hanno una debole legislazione sulla terra», dove possono comprare terreni arabili a buon mercato. Aggiunge che le promesse di lavoro e investimenti nelle infrastrutture locali non sono mantenute, «gli investitori non tengono fede ai loro piani, in alcuni casi dopo aver inflitto gravi danni alla base di risorse locali». Rincara: i governi di questi paesi offrono la terra a condizioni così irrisorie che per gli investitori internazionali si tratta di affari puramente speculativi, «spesso i pagamenti dovuti per la terra sono condonati ... e i grandi investitori spesso pagano meno tasse dei piccoli agricoltori locali, o non le pagano affatto».
Riprendiamo queste citazioni dal Financial Times, il quotidiano finanziario londinese, che riferiva di questo rapporto qualche giorno fa (il 27 luglio). Ed è qui che la storia si fa ancora più interessante: perché il rapporto della Banca mondiale (dal titolo «The Global Land Rush: can it yield sustainable and equitable benefits?») è previsto per la pubblicazione il mese prossimo, agosto. Ovvero, quando passerà per lo più inosservato. Il quotidiano londinese però ne ha avuto una bozza, spiega, «da una persona che dice che voleva evitare che la Banca Mondiale diffondesse il rapporto nel mezzo del periodo di vacanze estive».
Ecco una «fuga di notizie» degna di nota. La notizia è stata ripresa da altri giornali (interessante: dal Wall Street Journal, un altro giornale economico, il 29 luglio) e da siti di attivisti di siti per i diritti umani e per lo sviluppo (vedi www.farmlandgrab.org). La «corsa globale alla terra», o land grab, è diventata visibile intorno al 2008, quando in piena «bolla speculativa» sui prezzi dei generi alimentari sono diventati famosi i casi di grandi acquisizioni di terre soprattutto in Africa: famoso quello di Daewoo Logistics che si aggiudica una concessione per 99 anni su un territorio grande come il Qatar in Madagascar (la cosa ha alimentato una rivolta finita in una sorta di golpe). 
I dati sulle dimensioni di questa «corsa alla terra» sono frammentari, ma il rapporto della Banca mondiale cita alcune cifre ufficiali impressionanti: 3,9 milioni di ettari dati via in Sudan e 1,2 milioni in etiopia tra il 2004 e il 2009.
Intervistato dal giornale di Wall Street, lo «special rapporteur» dell'Onu sul diritto al cibo (e professore all'università di lovanio, in Belgio), Olivier de Schutter, si dichiara indignato: «L'arrivo di questi grandi investitori da fuori spesso spinge gli agricoltori originari fuori dalla terra. E' una conseguenza grave per comunità che magari non hanno titoli legali sulla terra». Ma «la Banca mondiale incoraggia questi investimenti», dice. «Gli investimenti servono, ... ma non a qualunque condizione. Non si può incoraggiare o permettere un mercato per gli speculatori». La Banca mondiale però è «un anomale complesso», conclude de Schutter, e da un lato incoraggia i grandi acquisti di terra - dall'altro commissiona studi che ne dimostrano gli effetti negativi. E poiché è un rapporto imbarazzante, ecco che cerca di farlo cadere nel silenzio, nel solleone d'agosto.  
   

 

 

 


VOTO STORICO ALL'ONU: «L'ACQUA È UN DIRITTO UMANO FONDAMENTALE»  Da l’Unità del 29 luglio 2010

 

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L'accesso all'acqua potabile e ad uso igienico è un diritto umano fondamentale. Lo stabilisce una risoluzione delle Nazioni unite, approvata questa notte al Palazzo di Vetro dall'Assemblea generale. La risoluzione, non vincolante, è passata con il voto a favore di 122 nazioni, nessun contrario e 41 astensioni. 

L'inserimento nella Dichiarazione dei diritti umani è un passo decisivo per affrontare la questione sempre più urgente della mancanza di risorse idriche sufficienti per centinaia di milioni di persone nel nostro pianeta. Secondo le stime fonite dall'onu, ogni anno 1,5 milioni di bambini sotto i 5 anni muore per malattie legate alla carenza d'acqua o di strutture igieniche. Il testo della risoluzione riporta che 884 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2,6 miliardi vivono in condizioni igienico sanitarie insufficienti. Fra le nazioni che si sono astenute vanno elencati gli Stati uniti, il Canada, il Regno Unito, l'Australia: a loro parere la risoluzione potrebbe minare l'iter in corso a Ginevra presso il Consiglio dei Diritti Umani per costruire un consenso sui diritti legati all'acqua.
   

 

 

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NEWORLD ADERISCE AL FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA.

Visita il sito della campagna referendaria per l’acqua www.acquabenecomune.org/

leggi: "LA RIVOLUZIONE DELL'ACQUAarticolo di Marco Bersani dal sito www.acquabenecomune 

     

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È ONLINE NWART, IL NUOVO SITO DELL’ARTE PER L’ECOLOGIA E IL SOCIALE 

NWart si occupa di ideare ed organizzare eventi, mostre collettive e personali d’arte contemporanea ispirate a temi sociali, umanitari ed ecologisti; è parte integrante dell’Associazione Neworld che studia le problematiche sociali ed ambientali del nostro tempo, elabora idee e progetti su: ambiente e territorio, bioarchitettura ed ecodesign, eco-cultura, comunicazione, ecosocietà. Nata nel 2007 dalla riunione di differenti esperienze umane, sociali e professionali l’Associazione Neworld ha realizzato convegni sulla decrescita, eventi culturali e mostre collettive di arti visive, in Italia, Gran Bretagna, Germania, Polonia, Slovenia, Cina. 

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Manifesto NWart per l’eco-arte 

L’artista consapevole dell’iniquità della società neoliberista che esclude e marginalizza tutto ciò che non è funzionale e asservito alle sue logiche, sensibile alle disuguaglianze sociali e alle devastazioni dell’ambiente, alla banalità culturale che tale società usa e incentiva per autoconservarsi, sceglie di indirizzare il suo operato e potenziale creativo verso un prodotto artistico propedeutico al “risveglio della coscienza”. Ricontestualizza il titolo del Capricho di Goya “il sonno della ragione genera i mostri”, per ricordare e far ricordare che l’aspirazione a un mondo più etico e autenticamente libero, passa attraverso il recupero e l’esercizio di una lucida capacità critica e la partecipazione attiva. 

L’elaborazione dell’artista abbandona l’autoreferenzialità e l’ingannevole identificazione narcisistica con l’opera, fine a se stessa e va a realizzare un’idea fruibile che coinvolge e diventa patrimonio di tutta la comunità. L’art-action (performance, dipinto, oggetto multidimensionale, foto o video) diventa l’armamentario della comunicazione. Essa racconta in tutta la sua evidenza la criticità e l’implosione di questo modello di società che propaganda di essere veicolo di progresso, benessere e opportunità e che invece ha creato ingiustizie, un endemico “mal di vita” e un preoccupante deterioramento della biosfera.

 

Come non accorgersi infatti

- del restringimento abilmente mascherato dei diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici della persona,

- del consumismo che propaganda benessere e felicità proporzionati al PIL e allo sviluppo incurante dei limiti del pianeta,

- della promozione di status quali il successo, il potere e la ricchezza, a unici valori realizzativi,

- dell’alienazione e delle difficoltà esistenziali che tali disvalori producono minando la stabilità fisica e psicologica delle persone,

- della natura violata, saccheggiata e inquinata in modo irreversibile per lo strapotere dei gruppi economici trasnazionali e della messa in atto di mega-progetti ad esse funzionali,

- delle comunità del sud del mondo derubate di risorse e territori con ingannevoli politiche di aiuto allo sviluppo;  colpite da malattie causate da inquinanti organici persistenti di attività estrattive o defolianti, oppresse quando in lotta resistente per i propri diritti con metodi intimidatori e di eliminazione fisica.

- dei beni comuni, diritto fondamentale dei cittadini (acqua, servizi essenziali, saperi) trasformati da beni di libero accesso a merci, cospicua fonte di profitti privati. 

Dunque, proprio da queste istanze e dal desiderio di partecipare al cambiamento della società, l’eco-artista si coinvolge in questa corrente “open source” che pensa, costruisce, scambia e propaganda idee veicolandole con tutti i mezzi possibili. Si costituisce di fatto un incubatore dove i prodotti artistici, gli artisti e i fruitori diventano un sistema interdipendente, il prototipo e l’esemplificazione della trasformazione. 

I progetti di NWart continueranno ad avere due caratteristiche: cogliere l’attualità in movimento fissandolo nella storia contemporanea alla maniera del fotoreportage e la “portabilità” delle idee in contesti disomogenei; si tratta in sostanza di verificare come questo movimento per l’eco-arte che si sta conformando riesca ad attraversare mondi, culture e sensibilità diverse mantenendo inalterato il suo messaggio. 

Sono in preparazione varie art-action di cui daremo presto notizia; seguiteci! 

Luigi Straffi

(pres. Ass. Neworld) 

 

 contatti: neworld@fastwebnet.it     info@nweco.it

 

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COME RICONVERTIRE L'INDUSTRIA DELL'AUTO? “oltre il dogma dello sviluppo”

di Guido Viale da Il Manifesto del 01/07/2010 

Sia Eugenio Scalfari che Gianni Riotta, nei loro editoriali di domenica scorsa su Repubblica e il sole24ore, hanno messo giustamente in evidenza il rapporto tra la vicenda di Pomigliano e la globalizzazione, come già aveva fatto Luciano Gallino pochi giorni prima. L'apertura dei mercati mondiali, che è l'essenza della globalizzazione, porta inevitabilmente a un livellamento dei salari e della produttività del lavoro, intesa come intensità dello sfruttamento, o, se vogliamo, dell'erogazione della prestazione. Cioè verso un miglioramento nei paesi emergenti o restituiti, come l'Est europeo, allo "sviluppo"; e verso un peggioramento nei paesi già industrializzati e "affluenti", tra cui l'Italia. 

In queste comparazioni si leggono spesso cifre che meriterebbero una verifica: per esempio, è vero che dallo stabilimento Fiat di Pomigliano dipendono ben 10mila posti di lavoro nell'indotto locale? Ed è proprio vero che a Tychy, in Polonia, gli operai producono 10 auto per ognuna di quelle prodotte a Pomigliano? A parte la diversità dei modelli e della relativa complessità, dove sta la linea di demarcazione tra produzione di componenti e assemblaggio? È la stessa nei due stabilimenti o a Pomigliano ci sono più attività "internalizzate" che a Tychy? E i salari di Pomigliano, misurati sul costo della vita, quanto sono ancora superiori a quelli d Tychy?

Comunque sia, per partecipare «alla Coppa del mondo del lavoro» Riotta ritiene che Pomigliano deve dimostrare che può produrre di più e a costi minori che in Polonia. Chi non accetta il gioco, combatte modernità e sviluppo. Questo approccio, che relega il Mezzogiorno nell'area del sottosviluppo (Napoli come colonia produttiva, come lo sono Polonia, Turchia o Serbia) rispecchia la linea di Confindustria, che vede nel diktat di Marchionne un modello per tutta l'industria italiana. Ma, attenzione! L'Italia è ancora una (nonostante la Lega) e questa accondiscendenza alle leggi della globalizzazione rischia di travolgere non solo Napoli, ma anche Torino e Milano; e con esse Riotta.

Scalfari vede il problema e cerca un rimedio a un processo che gli pare irreversibile. Il rimedio è una politica redistributiva dello Stato che compensi con misure fiscali l'inevitabile erosione del potere di acquisto dei salari e con misure di welfare il peggioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche. Se pensiamo alla cricca di Bertolaso, che ha divorato in meno di dieci anni 13 miliardi di euro, o ai costi della politica, che ne consumano molti di più, o ai bonus dei manager (che però "se li guadagnano": i loro non sono forse redditi da lavoro?), o all'evasione fiscale e ai condoni, che hanno portato il carico fiscale di chi paga le tasse (cioè i lavoratori dipendenti e la gente onesta) ben oltre il 50 per cento del reddito, una compensazione del genere pare non solo possibile, ma doverosa. Ma quelle risorse (Marx le chiamava plusvalore) provengono sì dalla compressione dei redditi da lavoro (in termini di potere di acquisto i salari italiani sono ormai i più bassi dell'Europa a 15); ma proprio la necessità di comprimerli ulteriormente è destinata a prosciugare anche il surplus a cui attingere per una auspicabile quanto per ora improbabile politica di redistribuzione. In ogni caso estrarre dal o contenerne gli effetti livellatori non potrà mai tenere il passo con i ritmi della globalizzazione.

Ci sono altre alternative a questa due indicazioni? Non lo è certo il protezionismo, più volte proposto dalla Lega e da Tremonti (un commercialista osannato come "genio" da supporter e oppositori che predica il contrario di quello che fa e nasconde quello che fa con i giochi di parole: l'ultima trovata è chiamare "economia sociale di mercato" la sua marcia forzata verso liberismo e privatizzazioni). Comunque, chiudere o restringere i varchi alle importazioni, posto che l'Europa lo consenta - l'Italia non ha più l'autonomia per farlo - vuol dire restringere di altrettanto gli sbocchi delle nostre produzioni. Una politica che l'industria italiana non può permettersi.

Meno che mai c'è un'alternativa nella teoria proposta e riproposta da Stefano Cingolani sul Foglio, delle flying geese: le anatre che si alzano in volo una dietro l'altra, come i paesi emergenti che adottano prodotti e tecnologie abbandonati dai paesi industrializzati mano a mano che questi passano a produzioni a più alto valore aggiunto. Una "teoria dello sviluppo" in cui nessuno perde. Ma da tempo le cose non si svolgono più in modo così ordinato; ricerca e istruzione - peraltro da noi completamente abbandonate e sostituite dalla più stupida televisione del mondo - hanno ormai messo diversi paesi emergenti (Cina, India soprattutto) alla pari, se non più avanti dell'Italia, sia in campo scientifico che tecnologico, pur avendo mantenuto costi del lavoro e ambientali di gran lunga inferiori.

Ma ci sono altri "fattori competitivi" con cui contrastare gli effetti perversi della globalizzazione? A mio avviso - ma non è un parere personale; è solo la mia personale esposizione di un pensiero condiviso da milioni di persone che in vari modi lo praticano o cercano le strade per praticarlo - c'è un solo modo per contenere gli effetti perversi del livellamento indotto dalla globalizzazione, sia sui paesi oggi affluenti, sia su quelli emergenti, sia su quelli rimasti ai margini. Ma c'è un solo modo anche per contenere il divide tra ricchi e poveri, che passa sempre di più all'interno delle nazioni e sempre meno nel rapporto tra una nazione e l'altra.

La strada da imboccare è la progressiva e graduale "riterritorializzazione" dei mercati e delle produzioni. Un processo che non tocca l'informazione e i saperi (i bit), la cui circolazione sarà resa sempre più fluida dalla diffusione della rete, nonostante tutti gli ostacoli legali e proprietari imposti alla circolazione delle conoscenze; ma che renderà sempre più costosa la circolazione dei beni fisici e dei materiali (gli atomi): sia per il costo dei combustibili, destinato comunque a crescere verticalmente, sia per gli impatti delle loro emissioni. Ma è un processo che va assecondato e governato, per evitare che abbia conseguenze dirompenti sulle nostre vite.

La riterritorializzazione di mercati e produzioni coincide in gran parte con la conversione ambientale nei settori vitali del sistema economico. Questo obiettivo è ormai chiaro e largamente condiviso nel settore agroalimentare, dove molti sono ormai concordi nel denunciare i danni delle monoculture, dell'uso dei fertilizzanti e dei pesticidi chimici, dell'espropriazione dei coltivatori diretti (che Carlo Petrini insiste giustamente a chiamare «contadini», perché sono portatori di una vera cultura, non solo tradizionale ma anche innovativa e scientificamente aggiornata). Qui riterritorializzazione significa multifunzionalità delle aziende agricole, valorizzazione delle colture e delle specialità tradizionali, delle specie autoctone, delle produzioni biologiche, Km0: è l'unica strada per restituire la sovranità alimentare a tutti i paesi e a ogni comunità. Subito dopo viene la valorizzazione dei materiali di risulta (con il riciclo degli scarti) e dei prodotti già in uso (con la promozione della loro durata attraverso la cultura della manutenzione e del riuso). Il terzo ambito è quello della mobilità sostenibile, con servizi di trasporto condivisi, anche personalizzati, al posto della ormai insostenibile diffusione della motorizzazione privata. Poi viene la manutenzione del territorio e dell'edificato. Ma il primo posto spetta comunque all'efficienza energetica e alle fonti rinnovabili, per sfruttare in modo decentrato, distribuito e autonomo le risorse locali di ogni territorio (ho cercato di presentare nel modo più semplice possibile le problematiche connesse alla riconversione di questi settori nel mio Prove di un mondo diverso, Nda Press, 2009).

Enunciate così, sono indicazioni astratte; ma ciascuna è suscettibile di infinite contestualizzazioni in grado di valorizzare le risorse tanto dei paesi affluenti che di quelli emergenti o emarginati. Ma si tratta, nel caso specifico del nostro paese e del contesto europeo, di indicazioni in grado di valorizzare anche i due principali "fattori competitivi" residui su cui possiamo ancora contare.

Il primo è la complessità sociale, l'estrema differenziazione dei ruoli, delle competenze, delle esperienze, dei saperi, che coincide con il processo di individualizzazione del corpo sociale protrattosi per tutto il corso dell'era moderna e che il conformismo e l'omologazione promossi dalla società di massa non sono ancora riusciti a cancellare. Una complessità che i paesi emergenti ancora non conoscono; o che spesso hanno distrutto per una troppo rapida accettazione degli stereotipi occidentali, ma che sicuramente non possono ricostruire in pochi anni.

Il secondo è la diffusione dei saperi presente all'interno del tessuto sociale, che non è più fatto da tempo di plebi ignoranti, ma nemmeno solo di competenze formali acquisite in ambiti scolastici, avulsi dai contesti sociali (si tratta, anche in questo caso, di un fattore a rischio, incalzato da quella «dittatura dell'ignoranza» che è l'epitome dello il Zeitgeist).

E perché sono "fattori competitivi"? Perché la transizione verso produzioni ambientalmente compatibili non solo è irrealizzabile senza una partecipazione consapevole delle comunità coinvolte; ma ha anche bisogno dei loro saperi. Sia di quella conoscenza del territorio e dei contesti sociali che solo chi vive in essi possiede; sia delle competenze che ciascuno ha sviluppato attraverso esperienze di studio, di lavoro o di vita che le strutture aziendali, stregate dai risparmi realizzati a spese del precariato, non sanno più valorizzare. Ma la transizione verso la compatibilità ambientale può mettere capo a modelli tecnico-organizzativi che possono essere esportati o comunque diffusi in tutto il mondo. Si pensi al valore di una rete locale di energia rinnovabile, distribuita e autosufficiente; a uno schema di mobilità fondato sul trasporto flessibile; ai vantaggi, anche economici, di un diffuso ricorso all'ecodesign; ai modelli di edilizia popolare ecocompatibile; a una filiera agroalimentare territorialmente circoscritta, capace di mettere a frutto tutte le conoscenze scientifiche disponibili (che non sono l'ingegneria genetica): eccetera.

Si tratta allora di creare, o riaprire, degli spazi pubblici dove questi saperi possano confluire, confrontarsi, integrarsi, pur nella irriducibile diversità di valori e interessi di cui sono espressione; e, alla fine, sintetizzarsi in una o più proposte di transizione a livello locale. Ha qualcosa a che fare tutto ciò con la vicenda di Pomigliano? No, se quella vicenda viene vissuta come una "emergenza": un "prendere o lasciare" imposto all'ultimo momento. I processi di transizione e la conversione ambientale hanno bisogno di tempo per maturare; ma soprattutto di soggetti e di attori che la promuovano. Sì, però, se si affrontano i problemi per tempo; mano a mano che l'inevitabilità delle crisi aziendali e delle produzioni attuali comincia a prospettarsi. E questo è, tra gli altri, il caso tanto di Termini Imerese quanto di Pomigliano. 

 

 

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GLI STRANIERI ESITANO A INVESTIRE IN ITALIA PER L'INCERTEZZA FISCALE E L'ALTO LIVELLO DI CORRUZIONE, NON PER QUEI SINDACATI CHE, COME A POMIGLIANO, SI OPPONGONO AGLI ACCORDI CON LE IMPRESE.  di Furio Colombo, da il Fatto Quotidiano del 20/06/2010 

Quanti giorni sono trascorsi tra la notizia della fabbrica Foxcomm di Shenzen (Taiwan) e la notizia della fabbrica Fiat di Pomigliano d’Arco (Italia)? Conto dalle date del Corriere della Sera: Shenzen, 3 giugno. Pomigliano d’Arco, a partire dal 12 giugno, dunque meno di 10 giorni. Che cosa hanno in comune i due diversi luoghi di lavoro in due parti così lontane del mondo? Hanno in comune una realtà (Shenzen) e un progetto annunciato e imposto (Pomigliano) di organizzazione del lavoro radicalmente nuova. Si chiama WMC (World Class Manufacturing), elimina tutti i tempi morti e si fonda sui 6 zero (0 difetti, 0 stock, 0 tempi morti, 0 conflitti, 0 attesa per i clienti, 0 uso di carta per comunicare) o sui 7 sprechi (sovrapproduzione, tempi inutili, lavoro a vuoto, troppo magazzino, movimenti non necessari, pezzi difettosi, attesa). 

 

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In Italia questo cambiamento del modo di lavorare, e dunque di vivere quando non si mangia o non si dorme, sta provocando elogi smodati, come se il lavoro operaio senza intervalli e senza soste fosse una nuova fonte di energia rinnovabile. In Italia si fa notare con un brillio di entusiasmo che l’operaio farà, per ogni gesto cronometrato, solo pochi passi, anzi un passo solo (non sprechiamo tempo e forze fisiche) e una torsione del torso (ti volti appena per afferrare il pezzo o strumento utile). In Italia c’è chi sta annunciando che il futuro è già cominciato, che vuol dire che chi deve lavorare lavora, quasi senza muoversi dai due metri di vita quotidiana che gli spettano, e il resto è riservato ai dirigenti, agli azionisti, ai fornitori, ai clienti serviti in tempo, dunque ai consumatori soddisfatti. A Shenzen la scena è identica, la produzione va a gonfie vele, il profitto è top, l’azionista di Apple (il computer) che ha appena annunciato di avere superato Microsoft nella quantità di prodotti venduti si conta a milioni, il profitto a miliardi. Con due particolari che vale la pena di notare. I lavoratori hanno gradatamente superato le 60 ore di lavoro settimanali (standard, per la Foxcomm), mangiano per 10 minuti, dormono in speciali locali messi a disposizione dall’azienda per evitare i tempi morti di andare e venire da casa. 

A Shenzen l'unico errore dei razionali pianificatori di lavoro della Foxcomm sembra essere stato di collocare i dormitori all’ultimo piano. Dall’inizio di gennaio 11 operai si sono uccisi buttandosi dal tetto. Il dodicesimo, Yan Li, anni 27, si è suicidato mentre Steve Jobs – azionista di maggioranza della Apple – celebrava la produzione (ampiamente prevenduta) del primo milione di iPad. A Shenzen c’è una grande libertà sul come apri, chiudi, conduci e organizzi la tua fabbrica, che ovviamente riguarda esclusivamente i padroni. La Foxcomm, nel tempo libero dalla produzione per la Apple, lavora, con lo stesso ritmo entusiasta, perBell, Nokia, Hewlett Packard. A Shenzen nessuno si è mai sognato di chiudersi nella gabbia dell’art. 41 della Costituzione Italiana. 

Nessuno deve aprire un tavolo con i rompiscatole della Fiom o ascoltare i dubbi della Cgil. Qui tutti pensano che sia meglio avere un lavoro che non averlo, anche se – come si vede – a qualcuno saltano i nervi. E siccome, una volta imparato con razionalità e rigore il nuovo metodo WMC, i nervi saltano anche agli operai francesi della Telecom, che si uccidono con lo stesso ritmo dei colleghi cinesi, forse una contro-prova della perfezione multietnica della nuova organizzazione del lavoro è necessaria. 

Marchionne però ci crede – e ha persuaso un po’ più di mezza Italia, senza troppe distinzioni fra destra e sinistra, sia perché si diffonde il principio (ricordate il Catalano di Arbore?) che è meglio avere un lavoro che non averlo, sia perché tutto appare così nuovo e moderno. Dopotutto anche per la galleria del Frejus ci sono stati dei morti. E infatti hanno il loro bel monumento a Torino. È il lavoro, bellezza. Come in ogni buon thriller, ci sono storie marginali (side stories) che rafforzano il plot (il racconto) dell’Italia che cambia. Una ce la presenta il ministro Tremonti. Sostiene Tremonti che se le aziende continuano a subire troppi controlli per esistere e per organizzare il lavoro (art. 41 della Costituzione Italiana) resteremo sempre in coda rispetto ai paesi che attraggono capitali stranieri. Sembra non sapere che a New York non puoi ristrutturare un appartamento senza tre permessi essenziali da tenere sempre in vista: vigili del fuoco, ufficio comunale per le costruzioni, assicurazione contro gli infortuni per ciascuno dei lavoratori che ti entrano in casa anche per un solo giorno. 

Tremonti sembra non sapere che a New York, se hai un bambino sotto i 10 anni, sei tenuto a mettere sbarre alle finestre anche nel più elegante appartamento di Park Avenue, e i controlli sono frequenti e implacabili. Sembra non sapere che, prima di iniziare qualsiasi attività imprenditoriale, devi dare notizie chiare su ambiente, condizione sanitarie dei vani, uscite antincendio, materiali infiammabili, destinazione delle scorie. Il principio dell’“ex post” commuove pochissimo le autorità cittadine americane che saranno anche sensibili alle esigenze di impresa, però vogliono vedere, sapere e certificare prima, non dopo. Ma in questa Italia la sinistra non ce la fa a lasciare da sola la destra. 

E così, accanto a Tremonti, ma con la sua piena autonomia accademica, compare il prof. Pietro Ichino, il quale sostiene: “Questo gravissimo difetto (il fatto che i sindacati anche minoritari possano opporsi a un accordo con la impresa, ndr) del nostro sistema delle relazioni industriali, non è la sola causa della scarsa attrattività dell’Italia. Ma molti osservatori qualificati lo considerano una delle cause principali, assieme alla complessità e incomprensibilità del nostro diritto del lavoro. È il “male oscuro” che impedisce da due decenni al nostro Paese di crescere” (Il Corriere della Sera, 14 giugno). Naturalmente Ichino sta dicendo: sbrigatevi a firmare a Pomigliano. Cominciate a torcere il torso nelle posizioni prescritte da WMC o gli stranieri (in questo caso Marchionne da Torino, forse perché è di origine canadese) se ne vanno. 

Posso aggiungere due o tre ragioni che – mi dicono – a volte pesano di più sulla esitazione delle imprese straniere a investire in Italia? Uno:l’incertezza fiscale; due: la bizzarria di leggi e ordinanze che cambiano sempre, a seconda che il presidente di Regione o il sindaco siano leghista o di Comunione e Liberazione; tre: il disastro dei trasporti dal luogo di produzione alla frontiera o al porto più vicino; quattro: la criminalità organizzata e il suo implacabile Wmc. Vorrei citare, come riassunto di tutte queste ragioni, un capoverso dell’articolo dedicato all’Italia (vita, lavoro, politica) da “The Economist” 12-18 giugno 2010: “Ma l’Italia non è come altri Paesi; l’Italia è un paese notoriamente corrotto. 

Non sai mai quale inchiesta o intercettazione porta alla mafia. I legislatori italiani dovrebbero prestare più attenzione a questo aspetto…”. Forse la nostra reputazione non si gioca tutta sui tempi di lavoro di Pomigliano. Difficilmente gli investitori stranieri, in un paese con quattro ministri indagati più il presidente del Consiglio molto cercato dai giudici, esiteranno a investire in Italia a causa della presunta passione dei lavoratori per i Mondiali di calcio. 

 

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RITORNO AL NUCLEARE?  E SE RIDUCESSIMO INVECE IL FABBISOGNO DI ENERGIA?  di Luigi Straffi

Nel dibattito che si accende nel paese a periodi alterni sulle scelte energetiche, continuiamo a vedere la ragionevolezza umana vacillare sotto i colpi di pretestuose motivazioni. Motivazioni economiche  e scientifiche che vorrebbero dimostrare e convincere i cittadini circa l’ineluttabilità di ricorrere alle centrali nucleari rispetto ai vantaggi che esse offrono: energia più economica, abbattimento delle emissioni causa dei cambiamenti climatici, livello di sicurezza accettabile, riparo da possibili ricatti dei paesi produttori di combustibili fossili, continuità, costo ancora eccessivo delle energie rinnovabili, loro parziale efficienza, ecc. Tutte queste argomentazioni sono state confutate, ed ogni tesi ha una tesi contraria provata anche in cifre laddove i nuclearisti parlano di misure e quantità; i lettori che volessero approfondire le motivazioni contrarie al nucleare possono trovare per proprio conto una enorme quantità di studi scientifici ed economici prodotti da autorevoli esperti ed Istituti scientifici.

Ma il focus di questa riflessione è però un altro: non vogliamo qui ripercorrere le motivazioni che sconsigliano il ritorno all’impiego del nucleare,  bensì porre l’attenzione sulle cause dell’aumento del fabbisogno di energia, da cui deriva conseguentemente la necessità di costruire impianti sempre più grandi e costosi. Invece, come produrre l'energia nel modo più conveniente e più sostenibile è oggetto di vedute diametralmente opposte e causa di aspro dibattito. Tra queste “vedute” non dimentichiamoci di ricordare quelle di chi fa ottimi affari con l’industria nucleare e che ha buoni motivi per diffondere  opinioni che creino consenso.

Dunque proponiamo un ragionamento ripartendo dalle tesi del convegno promosso in primavera dalla nostra associazione in collaborazione con la Provincia di Roma “La strategia della lumaca”– Per una società della misura:idee e pratiche di un altro sapere ed un altro saper fare. Avevamo preso ad ispirazione una riflessione di Ivan Illich, tratta da “le genre vernaculaire” in (Euvres complètes), citata da Serge Latouche nel suo “Breve trattato sulla decrescita serena”, che suggerisce efficacemente un confronto tra le sagge modalità di crescita della lumaca, scritte nelle leggi della natura e quelle dell’umanità che dimenticandole negli ultimi secoli, persegue uno sviluppo esponenziale senza regole e senza limiti (rispetto ad un pianeta dalle dimensioni “finite”). L’esempio della lumaca di universale comprensione, definisce i limiti del concetto di sviluppo applicabile ad ogni 'organismo' che abbia una crescita: 

(…) In questa situazione, sarebbe urgente riscoprire la saggezza della lumaca. Infatti la lumaca non solo ci insegna la necessaria lentezza, ma ci impartisce una lezione ancora più indispensabile. “la lumaca – ci spiega Ivan Illich – costituisce la delicata architettura del suo guscio aggiungendo una dopo l’altra delle spire sempre più larghe, poi smette bruscamente e comincia a creare delle circonvoluzioni stavolta decrescenti. Una sola spira più larga darebbe al guscio una dimensione sedici volte più grande. Invece di contribuire al benessere dell’animale, lo graverebbe di un peso eccessivo. A quel punto, qualsiasi aumento della sua produttività servirebbe unicamente a rimediare alle difficoltà create da una dimensione del guscio superiore ai limiti fissati dalla sua finalità. Superato il punto limite dell’ingrandimento delle spire, i problemi della crescita eccessiva si moltiplicano in progressione geometrica, mentre la capacità biologica della lumaca può seguire soltanto, nel migliore dei casi, una progressione aritmetica”. Questo divorzio della lumaca dalla ragione geometrica, che per un periodo aveva anche lei sposato, ci mostra la via per pensare una società della decrescita, possibilmente serena e conviviale. 

Questo stringente insegnamento pone un primo punto essenziale: il fabbisogno planetario di energia può aumentare a dismisura assecondando una crescita insostenibile o deve essere ridimensionato secondo una sensata logica di limitazione degli  sprechi? Le regole geometriche del guscio della lumaca dimostrano l’inesistenza di alternative di carattere fisico-quantitativo; il limite c’è, esiste, e su questo va costruito un intelligente nuovo modello eco-nomico. Non abbiamo altra scelta che transitare da una cultura iperproduttivista, predatoria di risorse, energivora, incarnata da uno stile di vita fatto di eccessi consumistici ed inquinanti – risultato di una distorsione delle potenzialità iniziali della rivoluzione industriale – a comportamenti collettivi ed individuali più consapevoli dei limiti oltre i quali il sistema-pianeta imploderà. Lo sviluppo deve “stabilizzarsi” affinché l’ambiente e la società umana in cui viviamo (e di cui siamo cellule), possano conservarsi e mantenersi in salute. 

I cambiamenti che ogni singolo individuo e le comunità devono perseguire riguardano ovviamente scale di problemi a cui rispondere con soluzioni diverse; ma un denominatore comune deve essere alla base di tutte le scelte: la capacità di essere efficienti e sufficienti negli impieghi di energia e il trovare soluzioni che taglino con decisione gli sprechi. Insieme a questo è necessario rifondare il concetto di economia in senso umanistico - l'economia a servizio del benessere delle persone e non strumento di oppressione e dominio. E' necessario: produrre meno merci e promuovere uno scambio di beni, servizi e saperi fuori dalle logiche commerciali, creare nuove attività e professionalità indirizzate ai sistemi di produzione ecocompatibili,  alla cura dell'ambiente e delle persone, al nutrimento culturale e al tempo libero. 

Agli abitanti delle nostre società opulente, ai consumatori irriducibili, agli individualisti, questa immagine potrebbe evocare una visione di vita futura grama, incolore, senza emozioni, un balzo indietro di secoli della nostra civiltà; assolutamente non è così: la qualità della vita non verrebbe intaccata dall’eliminazione degli sprechi (difficili perfino da calcolare per l'enormità dell’ordine di grandezza). Semplicemente si deve comprendere che  tutto quello che non si consuma si traduce in un guadagno, in una disponibilità e conservazione delle risorse e in una protezione degli ecosistemi. Possiamo tranquillamente fare a meno di molti falsi bisogni imposti dal consumismo, disintossicarci dagli inquinanti fisici e mentali che ci avvelenano e vivere meglio. E' calcolato che potremmo ridurre (secondo questa logica di società appena prefigurata) il fabbisogno di risorse energetiche del 70%.  Come poter riconfigurare la nostra vita consumando meno, lavorando meno, stressandoci meno, mantenendo un livello qualitativo buono se non addirittura liberante, non è riassumibile in un articolo; ma si può consigliare chi fosse interessato ad approfondire il modello della “decrescita” a visitare i siti delle associazioni e dei movimenti che si occupano di portare avanti queste proposte e che sono presenti anche nei links del nostro sito, oltre a consultare la bibliografia dei teorici che ne hanno fatto ampia trattazione. 

In altri termini si può prefigurare l’avvento di una nuova era umana basata sul “mantenimento di un’equilibrio” piuttosto che sulla crescita ad oltranza, che non avrebbe bisogno di aumentare il consumo di risorse naturali e di energia e di conseguenza non avrebbe necessità di una superproduzione energetica. Prima di pensare a costruire nuove centrali nucleari o centrali per la produzione di energie da fonti  rinnovabili (non del tutto esenti anch’esse da considerazioni riguardanti la sostenibilità ambientale), sarebbe necessario avviare una grande trasformazione di pensiero che da sola costituirebbe la risorsa energetica più efficace a disposizione. Al posto di nuovi megacentrali, costose, ad alto impatto ambientale o potenzialmente dannose per la salute umana, si potrebbero immaginare degli altrettanto giganteschi impianti (puramente virtuali) che rappresentano l’enorme potenziale di energia non consumata. 

 

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 DENUCLEARIZZARE (L'IMMAGINARIO POLITICO)  di Luigi Straffi 

 Il recente incontro di Berlusconi con Sarkozy ha preannunciato con lieve nonchalance che l’Italia rientra nel nucleare con la collaborazione della Francia; l’accordo prevede uso di Know how  ed assistenza  per la costruzione di quattro nuove centrali di ‘terza generazione’. L’industria nucleare francese forte delle importanti concessioni estrattive sui giacimenti di uranio nel Niger guarda allo sviluppo dei propri affari e  acquisisce nuovi clienti tra i quali l’Italia.

La notizia del ritorno al nucleare ha sorpreso non poco quella maggioranza di cittadini italiani che dopo il disastro di Chernobyl, attraverso un referendum (8 novembre 1987) scelse di bandirne l'uso in Italia. Il 65,1% degli italiani si recò a votare. I risultati furono: NO (80,6 % ) alla costruzione di centrali nucleari in Italia -  NO (71,9 %) alla partecipazione dell' Enel (Ente Nazionale Energia Elettrica) a impianti nucleari all'estero - ancora NO (79,7%) ai contributi per incentivare le centrali nucleari. Questa volontà sovrana espressa dal popolo è una legge dello Stato.

Nel pieno della crisi finanziaria ed economica che investe il nostro paese ed il resto del mondo la scelta del governo di tornare all’impiego dell’energia nucleare si basa su due presupposti: ottenere energia, ritenuta pulita e a bassi costi insieme ad una maggiore autonomia energetica; contribuire con queste a rilanciare la locomotiva della produttività e dei consumi. Si dirà, il paese è prostrato ed ha proprio bisogno di soluzioni efficaci che lo facciano rialzare - ci sono invece molte ragioni per confutare questa opzione.

Prima di discutere se sia giusto o meno considerare nulla una volontà popolare chiaramente espressa e ragionare sull’opportunità o meno di reintrodurre il nucleare, è necessario richiamare alla mente  alcuni avvenimenti storici e l’attuale stato di salute del pianeta arrivando a fare una previsione delle conseguenze.

Gli ultimi due secoli di evoluzione scientifica e tecnica hanno impresso un’accelerazione alla storia dell’umanità, e se da un lato le applicazioni (scientifiche e tecnologiche) hanno contribuito a rendere meno pesanti le condizioni di vita precedenti, dall’altro l’esaltazione dello sviluppo senza limiti – interpretato come “segno di progresso” - si è sostituito ad una visione del mondo umanistica ed olistica, dove uomo e natura, ecosistemi ed economie erano in equilibrio ed interdipendenti.

La visione economica, il lavorismo, l’efficientismo, l’accumulo di ricchezza, imposti come valori positivi hanno scardinato questo sistema; essi hanno determinato la fisionomia delle società in cui viviamo, hanno prodotto i guasti ecologici, le disuguaglianze sociali e l’alienazione delle persone.

E se al posto di società che poggiavano sulla relazione uomo e natura simbiotici si sono affermati modelli dove al contrario l’uomo e la natura sono meri oggetti di sfruttamento economico, ecco perché si è arrivati ad un estremo degrado ambientale, sociale e culturale .

 Questo modello di società sviluppista ed energivora pensa dunque di non poter rallentare o stabilizzare la sua crescita economica e finanziaria e se le risorse di energia (per lo più) fossili per sostenere i ritmi dello sviluppo saranno sempre meno disponibili e costose, la soluzione viene individuata nella costruzione di nuove centrali nucleari capaci di produrre energia (apparentemente) competitiva e che è detto abbiano una vita media di circa 60 anni. Eppure basterebbe consultare i numerosi studi scientifici ed economici, ascoltare le argomentazioni di autorevoli esperti, per ricordare una lunga serie di svantaggi e nocività che ne sconsiglierebbero l’impiego: 1) la mancanza di un margine di sicurezza accettabile nel funzionamento, 2) la contaminazione atmosferica e delle falde acquifere, 3) gli effetti sul genoma umano perduranti per decine di generazioni, 4) la difficoltà di smaltimento delle scorie (ancora in precaria ubicazione quelle già prodotte da vari decenni e non accettate da nessuna comunità sul proprio territorio), 5) la materia prima (uranio) in via di esaurimento e sempre più costosa, 6) i costi di produzione dell’energia (che visti nel complesso della gestione sino al ciclo finale di vita delle centrali e delle scorie, non sono affatto competitivi come dichiarato), 7) il lascito alle generazioni future di un problema ambientale e di salute (delle persone e degli animali) di gravità incalcolabile. Questo è lo scenario che scelte prive di buon senso stanno preparando per l’umanità futura e per il pianeta.

Piuttosto che correre dietro alla voracità energetica imposta dalla crescita sarebbe opportuno rispondere alla sua crisi  ed al “picco del petrolio” – come anche al crescente riscaldamento del pianeta, in primo luogo con una riconsiderazione dei nostri modelli di società e con un cambiamento degli stili di vita individuali e collettivi: imparare a consumare di meno, recuperare, riciclare e riutilizzare la maggior parte dei materiali, sviluppare i trasporti collettivi e socializzanti (vedi Jungo), il co-housing, liberare gli spazi delle città ingombri di automobili, sviluppare le reti web ed il telelavoro, lavorare meno (e tutti), riscoprire il valore del vivere lento e conviviale, il rapporto con la natura,  istaurare il controllo sulla  filiera del cibo e riappropriarsi della sovranità alimentare. In quanto alle energie, la prima fonte, la più importante da perseguire è costituita dal risparmio e dall’efficienza energetica, poi è naturale che si parli di energie rinnovabili in tutte le varietà ed integrazioni con impianti privati domestici diffusi su tutto il territorio. Questa prospettiva a pensarci bene delinea forse una redistribuzione economica ed un’equità sociale ‘troppo democratica’, rappresenta infatti uno scenario dove l’energia è accessibile e vantaggiosa per tutti, mentre riduce l’accentramento di poteri, il ricatto, la dipendenza e i grandi profitti.

Su questo argomento Neworld sta progettando un’altra delle sue ‘Art-action’ che avrà per titolo “DE-NUCLEARE”. L’iniziativa finalizzata ad una mostra collettiva degli eco-artisti, vuole essere un contributo creativo, una risposta critica alla prospettiva di nuclearizzazione del territorio e delle persone; la mostra raccoglierà una selezione di proposte di pittura, scultura, fotografia, arte digitale, video e performance.

 

 

 

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L'INGANNO  di Michele BuonoPiero Riccardi  Da Report di domenica 29 marzo 2009

Alla fine si tratta solo di riscaldare acqua per far girare delle turbine che devono produrre elettricità. Ma non è che è esagerato mettere in moto una reazione nucleare per fare l'acqua calda? E' pericoloso? Conviene realmente? Si può fare diversamente? La Storia comincia nel 1953 e le intenzioni erano ottime: atomi per la pace – diceva Eisenhower – sottrarre  l’atomo al controllo militare e usarlo per fare l’elettricità. Andò tutto bene per molti anni, poi successe quello che non doveva succedere: gli incidenti. Sellafield, Three Miles Islands, Chernobyl. E fu così che cominciò un lento declino del sistema. Nel 2002 l’ultima punta massima di produzione elettronucleare. Nel mondo i reattori sono 436: 8 in meno rispetto al 2002. Stanno invecchiando e nessuno si affretta a rimpiazzarli. Dal 1979 negli Usa non sono state più costruite centrali nucleari. Bush aveva promesso un rilancio dell’elettronucleare ma non se ne fece niente: l’investimento troppo rischioso per le banche e i soldi pubblici in giro ce ne sono pochi per via della crisi. Barak Obama taglia gli incentivi all’atomo e punta su rinnovabili e efficienza energetica. Stessa cosa fa la Germania dove una legge del 2002 stabilisce che non si costruiscono più centrali  e i reattori esistenti  man mano che giungono a fine vita si spengono. Intanto però si devono ancora fare i conti con le scorie. Di quanto costi poi il nucleare in termini di salute delle persone sembra meglio non parlarne. L’azione dell’Oms è blindata da un accordo del 1959 con L’AIEA (Organizzazione internazionale per l’energia atomica) che a sua volta dipende  dal Consiglio di sicurezza dell’ Onu:  in poche parole quello che sappiamo degli effetti del nucleare sulla nostra salute dipende dagli interessi dell’industria atomica. E la Francia con 58 reattori? Non è per niente indipendente per quanto riguarda l’energia e i problemi sul territorio sono tanti. Ma l’industria nucleare – francese, americana – è sempre in piedi e preme da tutte le parti per costruire. In Italia si sta parlando di rinascimento nucleare, ci siamo affidati ai francesi perchè ci hanno detto che le loro centrali sono le più sicure, è vero? E poi quando saranno terminate la nostra bolletta elettrica sarà veramente più bassa?

 Testo integrale del servizio:

http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243^1084794,00.html

dossier sullo sfruttamento dei giacimenti di uranio nel Niger

http://www.resistenze.org/sito/te/po/nr/ponr8f16-003301.htm      

  

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UN CONVEGNO DI NEWORLD PER UNA SOCIETA' DELLA MISURA

Giovedi 26 Febbraio a Palazzo Valentini si è tenuta come programmato il Convegno di studi  "La strategia della lumaca" - per una società della misura, idee e pratiche di un'altro sapere ed un altro saper fare. Nel contempo la mostra "BI-DE-CEINGE" con 42 eco-artisti all'Istituto Superiore antincendi si è aperta (con grande affluenza) il giorno 24 e rimarrà aperta sino all'8 Marzo. La partecipazione al convegno è stata sorprendente: circa 430 presenze rilevate dalle registrazioni effettuate al tavolo dell'Ufficio stampa. Non ci aspettavamo un'adesione così rilevante per la collocazione infrasettimanale dell'incontro e per la specificità del tema, ma ciò significa che stanno maturando i tempi per una maggiore consapevolezza ed interesse riguardo la soluzione dei pressanti problemi socio-ambientali che anziché essere recepiti dai governi sono ancora messi a dura prova dalle intenzione di "rilancio dello sviluppo" come soluzione alla crisi. Ma viene da domandarsi, i governanti così ottimisti, le Lobby macina denaro, i sostenitori del neo-liberismo hanno capito che stiamo navigando verso delle rapide vorticose che inghiottiranno tutto a meno di riuscire a guadagnare prima una riva? Anche la recentissima trovata cieca e propagandistica di ricorrere di nuovo alle centrali nucleari sembra dire no. La politica paludata negli apparati partitici non è stata capace di dare le risposte che i cittadini attendevano, e così l'organizzazione dal basso, le idee su come "agire" vanno più veloci, lo dimostrano gli esempi delle numerose associazioni  che si stanno muovendo su un terreno di sperimentazione che vanno dalla diffusione delle teorie sulla decrescita agli esempi delle pragmatiche "transition Towns" inglesi e del movimento che ne è scaturito della "Transizione" che sta difondendosi in molti paesi.  Altri esempi ne sono la proposta delle economie leggere, il commercio equo-solidale, il microcredito, i Gas, esperimenti di gestione territoriale come quello delle 300 famiglie di "CAmbieReSti" nel Comune di Venezia, L'Associazione dei  Comuni virtuosi, La rete dei Comuni solidali, piccole ed importanti esperienze educative  e solidali - cito per tutte -  "Piedibus", "Jungo" e molte altre che vi invito a ricercare navigando sui nostri links. Insieme a queste vanno ricordate le rivendicazioni contro la privatizzazione delle risorse primarie del pianeta come la campagna internazionale "Contratto per l'acqua", la salvaguardia dei semi colturali in via di estinzione (seed savers), le rivendicazioni delle culture e delle economie contadine del sud-America e dell'India. Anche noi dell'Associazione Neworld  daremo il nostro contributo continuando a studiare le problematiche irrisolte e proponendo idee e progetti che vadano in direzione di un "nuovo mondo" ecologico e socialmente equo. Indietro (nella barbarie) non possiamo né dobbiamo tornare, avanti ci aspetta la sperimentazione di nuovi modelli di società.


 

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FINALITÁ DEL CONVEGNO E DELLA MOSTRA DI ECOARTE

La scelta di promuovere un convegno sulla decrescita ed una mostra ad esso collegata muove dall’idea di fare opera di sensibilizzazione verso gli amministratori pubblici di Comuni della Provincia di Roma ( a cui è principalmente dedicato l’evento) nell’intenzione di sollecitarli ad avviare dibattiti e sperimentazioni localmente. Sul tema della decrescita c’è oggi un grande interesse come dimostrano negli ultimi mesi il fiorire di incontri, la pubblicazione di numerosi libri ed articoli sui quotidiani e sulle riviste, ed anche sul web. Va ricordato che la teoria della decrescita, ha ispirato esperienze pratiche in diversi paesi tra i quali anche il nostro, esperienze interessanti ed utili per la formazione di una nuova cultura della sobrietà e di un cambiamento degli stili di vita.

Attraverso gli apporti teorici e pratici del convegno e le elaborazioni creative della mostra (che include varie discipline artistiche), si vuole veicolare un messaggio che espliciti i limiti della società dello sviluppo nonché la contraddizione del concetto culturale ed economico a suo sostegno definito sviluppo sostenibile che ne dovrebbe rendere praticabile l’attuazione.

L’una ha posto come valore predominante e parametro del progresso umano la crescita economica, lo sviluppo tecnologico, il produttivismo ad oltranza ed il consumo, l’altro tenta di attenuare gli effetti della devastazione dell’ambiente, del degrado sociale e culturale e della qualità della vita, proponendo uno ‘sviluppo controllato’, meno distruttivo ma in realtà sempre assoggettato ad una logica sviluppista. La teoria dello sviluppo sostenibile pone come inevitabile l’espansione delle attività, anzi tramite essa, sostiene, si potranno risolvere i problemi connessi all’ambiente e all’aumento della popolazione mondiale; nessun’altra alternativa di modello organizzativo che tenga conto della “finitezza” delle risorse e dei limiti di saturazione del pianeta è stata sin’ora esplorata fino in fondo.

Insomma a ben vedere, il risultato dell’ultimo secolo di esasperazione produttiva (e finanziaria, ne abbiamo i risultati evidenti sotto gli occhi) ha reso il mondo un posto meno salubre e vivibile, con parecchi problemi dovuti ad uno sfruttamento incontrollato delle risorse, paradossalmente in fase di impoverimento per una distribuzione iniqua della ricchezza e sofferente per le crescenti disuguaglianze sociali. 

BREVI CONSIDERAZIONI SULLA TEMATICA 

Parlare di decrescita (seppure ancora più sotto forma di teoria che di applicazioni pratiche), avviare un dibattito allargato che coinvolga i decisori pubblici, è tanto più urgente proprio di fronte alla profonda crisi strutturale che stiamo attraversando di carattere economico, ecologico e sociale,. Testimoniano questo stato di fatto il predominio dell’economicismo e della tecnologia sulla visione umanistica del mondo, fenomeni come il passaggio da economie di sussistenza povere ma dignitose alla miseria senza speranza dei paesi del sud del mondo, le difficoltà crescenti delle classi lavoratrici in tutte le società occidentali, l’insicurezza e la mancanza di fiducia nel futuro, il disagio sociale, la sofferenza psicologica e perfino l’ansia diffusa per la “mancanza di tempo”, traducibile come perdita di spazi di vita. Parlando di limitazione della crescita va notato che la recessione in atto ne ha già prodotto un drastico ridimensionamento, ma non è ancora incisiva una critica alternativa alla cultura economica e finanziaria che l’ha generata. Per questo c‘è la necessità di delineare una proposta culturale, sociale ed economica, capace di promuovere nuovi valori e nuovi stili di vita, rispettosi dell’ambiente e della biosfera, dei diritti fondamentali delle persone, valori che nessuna ‘società dello sviluppo’ sembra aver avuto la capacità di garantire. Riduzione dei consumi e del tempo destinato al lavoro, vivere meglio e convivialmente in un ritrovato equilibrio con il nostro pianeta. Questi alcuni degli assunti della decrescita. E’ urgente la necessità di transitare progressivamente verso un mondo più sobrio, equo e  ‘realmente sostenibile’, prima che condizioni estreme lo impongano forzatamente.  

IL CONVEGNO                                                                                            

Il convegno presentarà le elaborazioni teoriche e il microcosmo delle sperimentazioni che si sono prodotte in questi ultimi anni riconducibili alla teoria della decrescita che di per sé come sostiene il Prof. Latouche nel suo “Breve trattato sulla decrescita serena” è semplicemente ‘una bandiera dietro la quale si raggruppano quelli che hanno fatto una critica radicale dello sviluppo e vogliono delineare i contorni di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo. Il suo obiettivo è una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno. Si tratta di una proposta necessaria per ridare spazio all’inventiva e alla creatività dell’immaginario bloccato dal totalitarismo economicista, sviluppista e progressista’.   Di fatto dunque, rientrano nel concetto di decrescita esperienze già in essere in molti campi che hanno come denominatore comune la ricerca della sobrietà e l’adozione di nuovi stili di vita compatibili con l’ambiente e l’equità sociale. Per portare un valido contributo teorico al convegno abbiamo invitato alcuni tra i più eminenti esperti della materia: Serge Latouche, Professore emerito dell’Università XI Paris-sud, teorico di riferimento del pensiero della decrescita; il Prof. Piero Bevilacqua, ordinario di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, esperto di storia dell’ambiente e delle culture rurali; Maurizio Pallante, ispiratore del movimento italiano per la decrescita felice, saggista, già esperto di energia e di tecnologie ambientali; Francesco Gesualdi del Centro per un nuovo modello di sviluppo di Vecchiano, già allievo di Don Milani alla scuola di Barbiana. Le esperienze pratiche che si intrecceranno alle esposizioni teoriche riguardano realtà (associazioni ed Enti pubblici) che hanno già realizzato o che hanno in corso d’opera progetti che testimoniano interessanti tentativi di cambio di rotta. Tra queste: la “Cooperativa MAG Roma”, microcredito per una finanza autogestita e solidale; “La città dell’altra economia”, spazio di aggregazione di esperienze varie, dal commercio equosolidale alla ristorazione bio, al riuso e riciclo; “Palocco per Kyoto”, associazione di residenti per un borgo sostenibile;  Equorete: network di organizzazioni e soggetti orientati all’ecologia sociale; Ente Parco regionale dei Monti Lucretili con esperienze su campi della decrescita; ed infine L’associazione casa del cibo che opera nel campo dei rapporti tra agricoltura, città e cibo. 

Luigi Straffi

(pres. Associazione Neworld)  

  

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ECOART ACTION DI NEWORLD  "LIVING IN A STILL LIFE / Cronache di un’inquinamento…"

a cura di Antonietta Campilongo

dal 14 febbraio  al 14 marzo  2009
alla Fonderia delle Arti - Via Assisi, 31 Roma.
Inaugurazione: sabato 14 Febbraio 2009 ore 17.30. Orario di apertura: lunedì-venerdì 10.00-20.00;  Sabato 10.00-15.00. 

 artisti partecipanti: 

Artisti Innocenti, Manuela Alampi, Marco Angelini, Roberto Angiolillo, Mario Armocida, Rosella Barretta, Gian Paolo Bonani, Sara Bonetti, Antonella Boscarini, Nello Bruno, Maria Cecilia Camozzi, Antonietta Campilongo, Stefano Cannone, Cristina Castellani, Antonella Catini, Antonio Ceccarelli, Maurizio Cintioli, Anna Costantini, Paola de Santis, Oronzo De stradis, Alfredo Di Bacco, Valentina Fabi, Daniela Foschi, Francesco Gentile, Marco Gerbi, Paola Giacon, Pier Maurizio Greco, Francesca Guarini, Rosella Lenci, Laura Leo, Carmelo Leone, Antonella Macaluso, Caterina Maggia, Loris Manasia, Gabriella Marchi, Maddalena Marinelli, Fulvio Martini, Stefano Marziali, Serena Meggiorini, Mariella Miceli, Simona Mostrato, Sante Muro, Giovanni Novi, Claudio Orlandi, Aldo Palma,Valentina Parisi, Giuliano Pastori, Nadia Perrotta, Astrid Pesarono, Adolfo Picano, Pommefritz Crew (Max Boschini & Mauro Manuini), Elettra Porfidi, Loredana Raciti, Grazia Ribaudo, Guido Ricci, Serafino Rudari,Graziano Russo, Fiorella Saura, Linda Schipani. 

 

  

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 LIVING IN A STILL LIFE è una collettiva d’arte contemporanea, a cura di Antonietta Campilongo, allestita nei locali della Fonderia delle Arti di Roma. Nell’accezione comune, still life è sinonimo di natura morta e viene comunemente usato in pittura o in fotografia per indicare la rappresentazione artistica di un oggetto statico. Ma nel tema scelto, ovviamente, non c’è solo questo. C’è un doppio binario e una doppia velocità. Da un lato la riflessione sul tempo che scorre, con le inevitabili trasformazioni, le tracce indelebili che lascia su corpi ed oggetti e il continuo desiderio di fermarlo, di vincerlo. Dall’altro, la sensazione di vivere in uno spazio sofferto, in un ambiente naturale che va in panne, che respira a fatica e si blocca, scivolando in una pericolosa “retromarcia”. E la conseguente strenua difesa per la sopravvivenza.

Il tema dell’inarrestabile fuga del tempo e delle inevitabili “conseguenze” è presente nell’arte ab antiquo. Significativo, al riguardo, il mosaico pitagorico del cranio e della farfalla rinvenuto a Pompei. E le “danze macabre” medievali, con girotondi di scheletri, o i dipinti della serie “Tre vivi e tre morti”, in cui giovani cavalieri incontrano tre cadaveri “viventi” che li ammoniscono circa il loro futuro destino. Straordinario e visionario il San Gerolamo di Dürer, circondato dai simboli del sapere, ma con l’indice puntato su un cranio, termine ultimo di ogni percorso umano. In seguito, sul finire del ‘500, compare in Europa il genere della natura morta, spesso legata ai temi della vanitas e della caducità.

Non più rappresentazione a margine della figura umana ma soggetto protagonista di un nuovo modo di intendere l’arte e in grado di veicolare con sapienza simboli e allegorie. Caravaggio sosteneva che “vi è tanta manifattura nel fare un quadro di fiori come nel farne uno di figure”, e lo dimostra benissimo nella suacanestra di frutta, dove allo straordinario realismo fotografico si accompagna un’intensa riflessione sulla transitorietà della vita. Da qui in avanti la natura morta ha sempre esercitato un’attrazione ambigua. Da un lato il fascino e la ricercatezza di immagini vivide e realistiche, dall’altro una forma di sensualità torbida e inquieta in cui serpeggia il monito-messaggio. Anche un teschio tempestato di diamanti ci ricorda con “evidenza” che, in fondo in fondo, sotto la ricchezza sfavillante c’è sempre una fine certa.

E la natura intorno? Questo è il secondo punto. E’ più viva o più morta? Di sicuro non gode di ottima salute. L’alterazione dell’ambiente è evidente, con conseguenze diffuse a molteplici livelli: inquinamento dell’aria, acqua, suolo, chimico, acustico, elettromagnetico, luminoso, termico, genetico, nucleare…

A prescindere dalle percentuali, è necessaria una netta inversione di marcia, governi e lobbies economiche permettendo. L’arte talvolta fa finta di non vedere, volgendosi alla ricerca del sensazionale o scendendo nelle viscere del vizio. Tra le sue infinite potenzialità, c’è ancora la forza di gridare che qualcosa  non va, e risvegliare coscienze ed energie. A volte ci riesce come può, con i suoi mezzi, e rappresenta una salvezza.

Living in a still life è un reportage; in bilico tra il potere salvifico dell’arte, l’inevitabile fuga del tempo e il tentativo di superarlo.                       

Pier Maurizio Greco
 
 
Riassumendo

Genere: Azione di Ecoarte collettiva


Titolo: Living in a still life / Cronache di un inquinamento…

Periodo: dal 14 febbraio  al 14 marzo  2009.


Sede: Fonderia delle Arti.

Indirizzo: Via Assisi, 31
Città: 00181 Roma
Inaugurazione: sabato 14 febbraio 2009 ore 17.30 


Orario di apertura: lunedì-venerdì - 10.00-20.00; Sabato 10.00-15.00


Ingresso: Libero
Curatrice: Antonietta Campilongo 

Progetto e organizzazione: NEWORLD ECOART
idee e progetti per un mondo sostenibile


Info: 3394394399 – 067842112;  anto.camp@fastwebnet.it
 
LINKS:

www.fonderiadellearti.com     

 

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ECOART-ACTION DI NEWORLD "TI RICICLO IN ARTE / in arte ti riciclo…"  

ECOART-ACTION. Mostra a cura di Antonietta Campilongo; Presentazione: Gianni Piacentini. Dal 7 Marzo al 30 Aprile 2009. Palazzo Doria Pamphilj / Museo archeologico - Valmontone, Piazza della Costituente. Inaugurazione: sabato 7 Aprile 2009 ore 17.30. Orario apertura: martedi-venerdi: 10-13; sabato/domenica: 10.00-13.00/15.30-19.00. INGRESSO LIBERO. 

 

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RIASSUMENDO:
Genere: Arte contemporanea - Collettiva
Titolo:   Ti Riciclo in Arte/, In Arte Ti Riciclo
Periodo: dal 7 marzo  al 30 aprile  2009
Sede:  Palazzo Doria Pamphilj Museo Archeologico Valmontone 
Indirizzo: Piazza della Costituente
Città: Valmontone (Roma)   - 00038 
Inaugurazione: sabato 7 marzo 2009 ore 17.30 
Orario di apertura - dal martedì al venerdì - 9.00-13.00 / sabato domenica 10.00 - 13.00 - 15.30 - 19.00 
Ingresso: Libero
Patrocinio:Città di Valmontone-  Assessorato alle Politiche Culturali - Assessorato all'Ambiente
A cura: Antonietta Campilongo
Presentazione: Gianni Piacentini
Organizzazione:  Associazione N EWORLD – Idee e progetti per un mondo sostenibile
Progetto: NWecoart
Servizio didattico:  Laboratorio d’Arte per le Scuole “Raccolgo, Recupero, Riciclo…CREO!” 
Lab. Art con la collaborazione dell'Associazione Pro Loco Valmontone-Tel. 393 9301310 - 393 9301895
Artisti:
Artisti Innocenti, Marco Angelini, Simona Abruzzini, Roberto Angiolillo, Giancarlo Baraldo, Rosella Barretta, Gian Paolo Bonani, Sara Bonetti, Antonella Boscarini, Elena Bonuglia. Nello Bruno, Maria Cecilia Camozzi, Antonietta Campilongo, Silvia Castaldo, Cristina Castellani, Antonella Catini, Antonio Ceccarelli, Enzo Correnti, Anna Costantini, Arianna De Benedetti, Paola de Santis, Alfredo Di Bacco, Mario Di Carlo, Daniela Foschi, Elfriede Gaeng, Ambrogio Galbiati. Marco Gerbi, Pier Maurizio Greco, Rosella Lenci, Laura Leo, Gabriella Marchi, Stefano Marziali, Mariella Miceli, Consuelo Mura, Sante Muro, Giovanni Novi, Albino Palamara, Aldo Palma, Ilaria Pergolesi, Astrid Pesarino, Adolfo Picano, Simonetta Pizzarotti, Pommefritz Crew (Max Boschini & Mauro Manuini), Elettra Porfiri, Loredana Raciti, Marco Recchia, Grazia Ribaudo, Guido Ricci, Serafino Rudari, Fiorella Saura, Linda Schipani, Giuseppe Viglione, Zago, Zoro

INFO: 

Tel. 06 95995046 - 339 4394399 

 

 

IN ARTE TI RICICLO
 
Giunti con la presente edizione alla quarta tappa del progetto espositivo sull’arte che ricicla materiali finalizzati all’opera, si potrebbe tentare un consuntivo dei lavori che si ritrovano oggi a Palazzo Doria Panphilj  Valmontone.
Nelle esposizioni ospitate nel 2008 prima alla Fonderia delle Arti di Roma, poi alla chiesa di San Francesco a Capranica, e di seguito alla sede londinese della galleria Candid Arts, si possono rintracciare delle linee fondamentali. 
Nelle opere si tematizza il riciclo mirando a farne l’oggetto dell’opera. L’osservazione si concentra sul senso del consumo e sul pericolo avvertito nell’uso improprio e smodato di quelle stesse risorse del pianeta che vanno a compromettere non solo la sopravvivenza delle generazioni future ma anche della nostra.
Queste visioni  si risolvono spesso in una paesaggistica espressamente caotica (con gran pullulare di plastiche ) e in immagini di una natura ormai desertificata. Tra astratto e figurale, i rifiuti vengono adottati per essere finalmente rimessi a fuoco e sperimentati in un campo d’azione dove si è guidati dalla concretezza dei materiali in una visibile e a volte allucinata araldica.
Non mancano immagini apologetiche e analisi per frammenti. Tutta l’apparentemente compiuta ciclicità naturale trova pericolosi ostacoli in una cultura industriale spesso colpevolmente silenziosa delle reali conseguenze delle sue scelte.
Altrimenti, nel caleidoscopio delle immagini e delle composizioni, i materiali e gli oggetti vengono direttamente prelevati giocando ironicamente con la componente decorativa e la manipolazione. Con atteggiamento pragmatico, alcuni artisti (che fanno in modo di sembrare ingenui) re-impiegano in arte ciò che è già stato usato evitando in tal modo di prelevare materiali nuovi. Si considera questa soluzione una forma di risparmio energetico grazie alla quale materiali inquinanti assumerebbero leggerezza e soavità lirica perdendo la loro carica apocalittica.
In alcuni lavori si intende forse salvare le tracce del vissuto privato, preservare gli scarti e assegnare loro un’emblematicità, una vita fissata, fino a proporre un positivo riscatto dei brandelli, una qualche riabilitazione del degrado.
La produzione artistica, anche la più germinativa o seriale, non si piega all’atteggiamento onnivoro del consumo. Prolifera, certo agisce capillarmente ma, sia pure non andando a piantare boschi come Beuys, decanta, purifica. Comunica all’umanità in cui confida.

Tutti gli artisti del pianeta per quante tele coprano di colore (pur con le innumerevoli prove e studi preliminari necessari per giungere a una singola opera riuscita) non partecipano al degrado della natura prodotto dall’umanità, perché ciò sarebbe direttamente corrispondente al degrado stesso dell’umanità.
Agli artisti si impone, pure in modo implicito, di lanciare dei segnali chiari. Di dissenso. Di spostamento o di spaesamento.  
Panta rei, tutto gira, tutto è ciclico ma mai identico.
Al riciclo dei materiali siamo tutti obbligati in quanto uomini, ma gli artisti non desiderano il ricliclo delle loro opere. Gli artisti lavorano per proprio conto contro il riciclo. Sognano di resistere al tempo, pretendono di lasciare una traccia stabile.
La storia dello smembramento e la tarda ricomposizione della tavola del San Gerolamo di Leonardo, sottratta al suo destino di sgabello ed oggi ammirata nei Musei Vaticani, è, almeno per gli artisti, una consolazione.
Eppure nella follia del consumare l’uomo è costretto sempre di più a fare i conti con un pianeta impoverito e degradato. Se vuole sopravvivere deve imparare a non sprecare, a progettare ogni oggetto in vista di una sua trasformazione in altro.
E perché l’artista dovrebbe illudersi di sfuggire a questo destino?
Si può davvero immaginare un'opera d’arte riciclabile?
 
Gianni Piacentini
 

 

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FINALITA' E SCOPI DI NEWORLD Associazione per l'ecologia e il sociale
 
L’Associazione Neworld è nata nel 2007 allo scopo di sviluppare "idee e progetti per un mondo eco/equo-sostenibile". Attraverso la collaborazione interdisciplinare e l’interazione con altre realtà associative, Enti territoriali, istituzioni di ricerca, specialisti di settore, vengono elaborati progetti che vogliono contribuire a ricercare possibili soluzioni alle problematiche ecologiche e sociali del nostro tempo. Questi modelli vogliono stimolare una rinnovata attenzione ed un interesse verso quelle tematiche, sollecitare l’avvio di  processi virtuosi che favoriscano un'inversione di tendenza riguardo la crescita senza limiti perseguita dalle società dello sviluppo che vedono nell'aumento della produzione, del PIL e nell'economia globalizzata l'unica ed indiscussa via da percorrere. Ciò è tanto più urgente di fronte alla crisi che stiamo vivendo di ordine finanziario, economico, delle gravi modificazioni del clima e degli ecosistemi, di accentuazione delle disuguaglianze e dei conflitti sociali, dell’affermarsi di stili di vita che mitizzano ed inseguono ottenimenti come il successo, la ricchezza, l’apparire, il potere ed altri disvalori, inadatti a realizzare un mondo solidale ed altruistico in sintonia con la natura e con tutte le forme viventi.
Testimoniano questo stato di fatto il sopravvento dell'economicismo e delle tecnoscienze sulla visione umanistica del mondo, fenomeni come il passaggio da economie povere ma dignitose alla miseria senza speranza dei paesi del sud del mondo, le difficoltà crescenti delle classi lavoratrici in tutte le società occidentali, l’insicurezza e la mancanza di fiducia nel futuro, il disagio sociale, la sofferenza psicologica e perfino l’ansia diffusa per la “mancanza di tempo”, traducibile come perdita di spazi di vita. 
Per questo c‘è la necessità di delineare una proposta culturale, sociale ed economica, capace di promuovere nuovi valori e nuovi stili di vita, rispettosi dell’ambiente e della biosfera, dei diritti fondamentali delle persone, valori che l’attuale modello di organizzazione della società dei profitti e dell’individualismo non riesce a garantire.
Da tempo questo sforzo di analisi, elaborazione e proposta si è ritrovato attorno alla teoria della “decrescita” che si propone di ridurre i consumi e il tempo destinato al lavoro, vivere meglio e convivialmente in un ritrovato equilibrio con il nostro pianeta. Noi sosteniamo la necessità di "transitare" progressivamente verso un mondo più sobrio, equo e  realmente sostenibile, prima che estreme condizioni ambientali, sociali ed economiche lo impongano forzatamente.  Ma perché questo possa accadere è imprescindibile che al di là dell'azione sociale e politica, si aprano le coscienze individuali; deve nascere un nuovo senso della solidarietà, dell'interdipendenza, della condivisione dei beni e dei saperi, dell'equità, insieme ad una evoluzione dell'interiorità umana, che faccia pensare e dire: "NOI...", anziché "IO".

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CHE COS'E' LA DECRESCITA?

Di Serge Latouche 
Professore emerito presso l'Università Paris sud
da “Breve trattato sulla decrescita serena”  pagg.17-18-19.( Per concessione dell’autore)

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La decrescita è uno slogan politico con implicazioni teoriche “una parola-bomba” come dice Paul Ariès, che vuole far esplodere l’ipocrisia dei drogatì del produttivismo. E’ vero comunque che il contrario di un’idea perversa non produce necessariamente un’idea virtuosa: non si tratta quindi di sostenere la decrescita per la decrescita, il che sarebbe assurdo quanto lo è sostenere la crescita per la crescita... La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità dell’abbandono dell’obiettivo della crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità. Non soltanto la società è ridotta a mero strumento e mezzo della meccanica produttiva, ma l‘uomo stesso tende a diventare lo scarto di un sistema che punta a renderlo inutile e a farne a meno. Per noi la decrescita non è la crescita negativa, ossimoro che rispecchia alla perfezione il dominio dell’immaginario della crescita. Sappiamo che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nello sgomento, aumenta i tassi di disoccupazione e precipita l’abbandono dei programmi sociali, sanitari, educativi, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Possiamo immaginare quale catastrofe provocherebbe un tasso di crescita negativo! Come non c’è niente di peggio di una società del lavoro senza lavoro, non c’è niente di peggio di una società della crescita in cui la crescita si rende latitante. Questo regresso sociale e civile è esattamente quel che ci aspetta se non cambiamo la nostra direzione di marcia. Per tutte queste ragioni, la decrescita è concepibile soltanto all’interno di una “società della decrescita”, ovverosia nel quadro di un sistema basato su una logica diversa. L’alternativa dunque è esattamente “decrescita o barbarie”! A rigore, sul piano teorico si dovrebbe parlare di a-crescita, come si parla di a-teismo, più che di de-crescita. In effetti si tratta di abbandonare proprio una fede o una religione, quella dell’economia, del progresso e dello sviluppo, di rigettare il culto irrazionale e quasi idolatra della crescita fine a sé stessa. In prima istanza la decrescita è dunque semplicemente una bandiera dietro la quale si raggruppano quelli che hanno fatto una critica radicale dello sviluppo e vogliono delineare i contorni di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo. Il suo obiettivo è una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno. Si tratta di una proposta necessaria per ridare spazio all’inventiva e alla creatività dell’immaginario bloccato dal totalitarismo economicista, sviluppista e progressista.

   


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Da "PIANO B 3.0" (cap 10 progettare la città)

di Lester Brown - Worldwatch Institute

Nel 1974, mentre mi recavo a una conferenza alla periferia di Stoccolma, passai davanti a un orto comunitario vicino a un alto palazzo. Era un idilliaco pomeriggio estivo, con molta gente che curava il proprio pezzo di terra vicino casa. Più di 30 anni dopo ricordo ancora la scena grazie a quel senso di soddisfazione che emanava da quelle persone. Erano impegnati per lo più nella cura degli ortaggi, ma alcuni anche dei fiori. Ricordo che pensai: “Ecco ciò che contraddistingue una società civilizzata”. Nel giugno 2005, la FAO ha riferito che le fattorie urbane e periurbane, quelle che si trovano in città o nelle sue immediate vicinanze, forniscono cibo a circa 700 milioni di residenti urbani in tutto il mondo. Si tratta soprattutto di piccoli appezzamenti, terreni abbandonati, cortili e persino tetti di palazzi.

All’interno e nelle vicinanze di Dar Es Salaam, la capitale della Tanzania, ci sono circa 650 ettari di terra dove si coltivano ortaggi. Questi terreni forniscono non solo prodotti di giornata alla città, ma anche il sostentamento a 4.000 contadini che lavorano intensamente i loro piccoli appezzamenti per tutto l’anno. Lontano, dall’altra parte del continente africano, un progetto della FAO permette ai cittadini di Dakar, nel Senegal, la produzione di pomodori fino a 30 chilogrammi annui per metro quadrato, con un ciclo continuo di coltivazione di orti collocati sui tetti dei palazzi.

A Hanoi, in Vietnam, l’80% degli ortaggi freschi proviene da terreni situati all’interno del territorio urbano o nelle immediate vicinanze. Appezzamenti di questo tipo producono anche il 50% della carne di maiale e pollame consumato in città. La metà del pesce d’acqua dolce viene fornito dagli allevatori di pesce urbani. Il 40% delle uova si produce all’interno della città o nelle periferie. I contadini urbani riciclano in modo ingegnoso i rifiuti umani e animali per nutrire le piante e per fertilizzare le vasche da itticoltura.

Alcuni allevatori di pesce vicino a Calcutta, in India, gestiscono vivai utilizzando le acque di scarico e producono 18.000 tonnellate di pesce ogni anno. I batteri delle vasche di depurazione demoliscono i rifiuti organici provenienti dal sistema fognario cittadino. Ciò favorisce la rapida crescita delle alghe che sono il nutrimento dei pesci erbivori locali. Questo sistema fornisce alla città costanti approvvigionamenti di pesce fresco di qualità decisamente migliore rispetto a qualsiasi altro presente sul mercato di Calcutta.

La rivista Urban Agriculture descrive come Shanghai sia riuscita a creare intorno alla città un sistema di riutilizzo continuo delle sostanze nutritive. L’amministrazione comunale gestisce 300.000 ettari di terra agricola dove viene effettuato il riciclo notturno dei rifiuti della città. La metà del maiale e del pollame di Shanghai, il 60% dei suoi ortaggi e il 90% del latte e delle uova è prodotto in città e nelle sue immediate vicinanze.

A Caracas, in Venezuela, un progetto della FAO finanziato dal governo ha realizzato nei quartieri della città 8.000 micro orti di un metro quadrato ciascuno, molti dei quali a pochi passi dalle cucine delle famiglie. Non appena un ortaggio è maturo viene immediatamente raccolto e al suo posto sono interrate nuove piantine. Ogni metro quadrato, coltivato in continuazione, può produrre 330 cespi di lattuga all’anno, 18 chilogrammi di pomodori o 16 chilogrammi di cavolo. L’obiettivo del Venezuela è di raggiungere in tutta la nazione 100.000 micro orti nelle aree urbane del paese e 1.000 ettari di appezzamenti fertilizzati con il compost.

C’è una lunga tradizione di orti collettivi nelle città europee. Sorvolando Parigi se ne possono vedere in gran numero alla periferia della città. La Community Food Security Coalition riferisce che il 14% degli 8 milioni di residenti a Londra produce da sé una parte del proprio cibo. Per Vancouver, la più grande città della costa occidentale del Canada, la percentuale è pari a un impressionante 44%.

Nella città di Filadelfia, negli Stati Uniti, fu chiesto a coloro che si dedicavano all’orticoltura la motivazione della loro attività. Il 20% rispose che lo faceva per svagarsi, il 19% per migliorare il proprio benessere psicologico e il 17% per mantenersi in forma. Un ulteriore 14% lo fa perché l’orto garantisce prodotti di qualità superiore. Altri hanno dichiarato che era soprattutto per motivi di costi e di convenienza.

In alcuni paesi, come gli Stati Uniti, vi è un potenziale enorme non sfruttato per gli orti urbani. Un sondaggio ha indicato che Chicago ha 70.000 lotti liberi e Filadelfia ne ha 31.000. I lotti liberi a livello nazionale ammonterebbero a centinaia di migliaia. La relazione dell’Urban Agriculture elenca i motivi per i quali sono da incentivare gli orti urbani. Essi hanno “un effetto rigenerativo (...) quando i lotti liberi si trasformano da pugni in un occhio, o da pericolose discariche, in giardini generosi, belli e sicuri, che nutrono i corpi e le anime della gente”.

Strettamente collegati alla diffusione degli orti urbani sono i mercati dei contadini locali, dove i coltivatori che si trovano vicino a una città producono frutta e ortaggi freschi, carne, latte, uova e formaggio da distribuire in modo diretto ai cittadini. La forte richiesta di prodotti freschi di alta qualità e il desiderio di sostenere i coltivatori locali ha contribuito a incrementare negli Stati Uniti il numero di mercati di questo tipo da 1.755 nel 1994 a quasi 5.000 nel 2007. Questo movimento diretto a un incremento del cibo prodotto localmente, si sta attualmente affermando presso ristoranti che offrono nei loro menu cibo prodotto in zona, e presso un crescente numero di supermercati che vendono alimenti locali. Entrambi, ristoranti e supermercati, possono trattare direttamente con i contadini la fornitura di quantità fisse di prodotti stagionali.

Con l’inevitabile aumento dei prezzi del petrolio nel prossimo futuro, i benefici economici della diffusione dell’agricoltura urbana e del consumo di cibo prodotto localmente, diventeranno ancora più ovvi. A parte la disponibilità di prodotti più freschi, ciò aiuterà molti a scoprire i benefici sociali e psicologici dei quali gli orti urbani e i prodotti locali possono essere fonte. 

 

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