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N W ECOCULTURA - Disfare lo sviluppo

 

Disfare lo sviluppo, rifare il mondo.

Intervista a Serge Latouche tratta da “AAM terra nuova”, novembre 2007

Ma in cosa consiste esattamente il movimento della decrescita? Qual è la sua storia? E soprattutto quali sono le prospettive per una sua affermazione? Queste domande sono state rivolte a Serge Latouche, uno dei maggiori teorici del movimento, durante una sua visita all'ecovillaggio di Torri Superiore, presso Ventimiglia.

Professor Latouche, com'è nato il pensiero «decrescita»?

La decrescita è nata dall'incontro di diverse correnti intellettuali: da una parte abbiamo la critica alla modernità, che risale al primo socialismo utopico di William Morris e Charles Fourier (XIX secolo, ndr), e dall'altra la critica allo sviluppo degli anni Sessanta: stiamo parlando della piccola internazionale legata a Ivan Illich1. Per quarant'anni questa corrente di pensiero ha per così dire predicato nel deserto: soprattutto negli anni gloriosi del Dopoguerra e più tardi negli anni del boom economico e del consumismo, lo sviluppo era un argomento legato essenzialmente al Sud del mondo. Allo stesso tempo si sviluppa anche la critica ecologica, portata avanti dal pull di economisti e scienziati del «Club di Roma», fondato nel 1968 dall'italiano Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King, insieme a premi Nobel, leader politici e intellettuali fra cui Elisabeth Mann Borgese. Il loro messaggio era chiaro: la crescita e lo sviluppo non sono sostenibili, dal momento che l'impronta ecologica supera la capacità di rigenerazione della biosfera.

 E quando è avvenuto quindi l'incontro tra queste diverse correnti?

 È stato nel 2002, quando è stata fondata l'Associazione degli amici di François Parton di cui al tempo ero presidente. Parton aveva fatto parte del gruppo che portò avanti la critica allo sviluppo negli anni Settanta. È stato organizzato un convegno a Parigi, presso l'Unesco, dal titolo: «Disfare lo sviluppo, rifare il mondo», che ha avuto un grande successo. Avevamo la precisa percezione che stava avvenendo una svolta nella storia e il momento era favorevole per diffondere il nostro messaggio, anche se allora eravamo solo una piccola associazione.

 In che modo quindi era cambiato a vostro favore il contesto storico?

 Con la caduta del muro di Berlino nel 1989 sparisce il «secondo mondo» e di conseguneza diventa sempre più difficile parlare di «terzo mondo». È in quegli anni che comincia a farsi strada il concetto di globalizzazione, un mondo unico governato da un pensiero unico: siamo al trionfo del liberismo. Allo stesso tempo l'idea di sviluppo, inteso come un intervento dei paesi del Nord a favore di quelli del Sud del mondo, comincia a perdere di significato e si mostra per quello che è. Il concetto di sviluppo lascia il passo a quello di economia di mercato. In quegli stessi anni si fanno sentire i primi segnali forti della crisi ecologica. Sempre di più si fa strada la necessità di modificare lo stile di vita e il modello economico, ma gli interessi delle grandi società transnazionali sono così potenti da rendere impossibile ogni processo di reale cambiamento: risulta più facile cambiare le parole. E così che nasce il bell' ossimoro dello «sviluppo sostenibile». In questo modo, parlare di sviluppo ha di nuovo senso, quello di ingannare più facilmente la gente. Durante lo storico convegno «Disfare lo sviluppo, rifare il mondo» politici ed economisti ci chiedevano: «Va bene, dopo quarant'anni abbiamo capito che rincorrere lo sviluppo è sbagliato, ma voi cosa proponete come alternativa?». La gente, si sa, ha sempre bisogno di parole d'ordine e allora è venuta fuori questa parola, «decrescita»; un termine usato per intitolare una raccolta di saggi di Georgescu Roegen. Qualche mese dopo, alcuni amici ebbero l'idea di dedicare un numero della rivista ecologista francese Silence al tema della decrescita. Tutto è nato così. Ma attenzione, si tratta comunque solo di uno slogan, per me la decrescita più che l'alternativa allo sviluppo è una «matrice di alternative».

 Comunque si tratta di una rottura forte ...

 Certamente. E c'erano già stati altri economisti e uomini di cultura che prima di noi avevano denunciato i pericoli del consumismo: penso a Pasolini negli «Scritti corsari» o a Enrico Berlinguer. Nel nostro caso si trattava di una rottura totale e profonda dalla logica della crescita e la necessità di riaprire lo spazio e l'immaginario per inventare un futuro realmente sostenibile.

 Qual è oggi il panorama della decrescita a livello europeo?

 La decrescita «funziona» abbastanza bene nel mondo latino: oltre che in Francia e in Italia, recentemente sta cominciando a svilupparsi anche in Spagna, dove i gruppi ecologisti sono in crisi e hanno capito che il termine «sviluppo sostenibile» non può più funzionare. Così, la storia delle decrescita ha aperto loro una nuova strada. Anche in Belgio c'è un movimento abbastanza forte. Non è lo stesso invece per la Germania e l'Austria: lì c'è una tradizione completamente diversa, nonostante il fatto che ci sia una sensibilità ecologica molto forte. In Gran Bretagna c'è una certa attenzione per la decrescita, ma c'è ancora molto lavoro da fare. Comunque sia, penso che puntare a una sorta di internazionale della decrescita sia una strada sbagliata. Si tratta di un movimento che deve essere plurale, con sensibilità e parole diverse.

 In Francia com'è articolato il movimento?

 La situazione è un po' complicata: ci sono gruppi molto giovani e che si auto-fondano e si auto-organizzano e fanno marce, anche se a volte non capisco bene le loro reali motivazioni. Penso ci sia bisogno di un processo di maturazione: la decrescita è senza dubbio un progetto politico interessante, ma molti sentono che non si deve imboccare la strada della politica tradizionale. In Francia è stato fondato addirittura un partito della decrescita. Per me si tratta di una totale mancanza di maturità politica che rischia di danneggiare un movimento appena nato. C'è un piccolo gruppo che ha fondato anche un giornale e presentato dei candidati alle elezioni dove non hanno raccolto nemmeno un voto. C'è comunque da dire che oggi in Francia la decrescita è molto conosciuta dagli elettori anche perché tutti i candidati alle elezioni sono stati interpellati su questo argomento. Si tratta di un movimento che oramai coinvolge un gran numero di persone e io penso che con il tempo si potrebbe sensibilizzare ai temi della crescita più del 10% della popolazione.

 Qual è la situazione in Italia?

 
C'è una grande sensibilità e molto movimento: da una parte c'è Maurizio Pallante che rappresenta il Movimento per la decrescita felice ed ha un taglio più pratico e divulgativo, dall' altra c'è Mauro Bonaiuti dell' Associazione per la decrescita con un taglio più accademico. A caratterizzare l'Italia c'è soprattutto il legame con la critica alle grandi opere, come la Tav in Val di Susa, gli inceneritori, il Ponte sullo stretto di Messina, la centrale a carbone di Civitavecchia, il Mose a Venezia. Adesso è nato anche il Patto nazionale di solidarietà e mutuo soccorso, con l'idea di collegare tutte le lotte locali. Questo tipo di collaborazione è molto importante.

 
Il rischio può essere quello di limitarsi a un movimento essenzialmente ideologico-politico, dimenticando l'aggettivo «felice», che invece riguarda anche il cambiamento degli stili di vita a livello individuale ...

 
Secondo me dipende dal tipo di sensibilità di ognuno. Per esempio nel mondo anglosassone la direzione personale etica è più forte. Penso che sia una buona cosa che in Francia e in Italia non si sia imboccato questa strada. Cambiare la nostra vita è una scelta personale che può servire da esempio e da laboratorio, come nel caso degli ecovillaggi. Ma questo non basta a cambiare il mondo se tali scelte non sono accompagnate da un preciso progetto politico: siamo di fronte a un nemico, a un grande potere reale che è quello delle compagnie transnazionali che dalla corsa alla crescita economica traggono forza e ricchezze. Non sarà facile averla vinta, ecco perché la lotta politica è un elemento fondamentale.

 
Gli ecovillaggi, a cui accennava prima, possono svolgere un ruolo importante per l'affermazione di un modello di società basato sulla decrescita?

 
Certamente. Gli ecovillaggi sono, come dice Pallante, i «monasteri del futuro». Sono la dimostrazione che vivere in modo solidale e non consumista è possibile. La decrescita può essere riassunta con il concetto «fare meglio con meno», avere un'impronta ecologica molto più ridotta, ma allo stesso tempo condurre una vita più felice. Per cambiare il mondo è necessario prima di tutto cambiare il nostro immaginario, rederci conto che siamo tossicodipendenti di tutto quello che c'è dietro la parola «crescita».

 
E le prospettive per il futuro?

 
Sono molto promettenti. Tuttavia non sono sicuro di come andranno le cose e proprio per questo ho intitolato il mio nuovo libro «La scommessa della decrescita» (Feltrinelli). È una scommessa che vale la pena di lanciare, ma proprio perché si tratta di una scommessa nessuno può essere certo di vincere. Su una cosa comunque non ci sono dubbi: nei prossimi anni si parlerà molto della necessità di decrescere. Prima si diceva: «socialismo o barbarie». Adesso si può dire: «decrescita o barbarie».

 
1. Vedi «Dizionario dello sviluppo», EGA-Edizioni Gruppo Abete, scritto da diversi autori legati al Sud del mondo tra i quali Illich, Sachs, Escobar, Esteva e lo stesso Latouche.

 


Creation date : 22/10/2008 @ 13:56
Last update : 10/12/2008 @ 07:57
Category : N W ECOCULTURA
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