DOPO COPENHAGEN
di Piero Bevilacqua
(Professore ordinario di Storia contemporanea Universita La Sapienza di Roma)
20/12/2009
Dunque, il summit mondiale, che ha visto coinvolti i grandi della terra, i rappresentanti a vario titolo di ben 193 paesi, numerosissime associazioni volontarie, si è concluso con un mezzo fallimento. Nessuno protocollo formale vincolante, nessuna possibilità di controllo effettivo sul rispetto degli impegni generici sottoscritti.
I risultati di questo vertice, lungamente atteso, si presterebbero a molte considerazioni. La prima dovrebbe riguardare l'efficacia reale di queste affollatissime assisi, la loro capacità di sortire risultati operativi reali. Se essi anticipano i futuri parlamenti del mondo unificato non siamo su una buona strada.
Mi pare di poter dire, a questo proposito, che essi sono in realtà una grande vetrina internazionale, coerente ai moduli e alle finzioni della società dello spettacolo, in cui il potere politico mostra la propria buona volontà ai suoi cittadini-elettori e alla platea mondiale. I governanti, semplicemente, fanno pubblicità alle proprie modeste offerte di cambiamento dei poteri e degli equilibri dominanti. Tutti, infatti, possiamo facilmente porci questa domanda: quanto USA e Cina potrebbero fare insieme, senza grandi vertici, con pochi apparati e con grandissima efficacia , per ridurre i gas serra solo grazie a semplici accordi bilaterali? Basterebbe solo volerlo.
Queste ultime considerazioni introducono la seconda esigenza di riflessione. Perché il potere degli stati – e quindi, in ultima istanza, dei partiti, del ceto politico – ha tanta forza di decisione rispetto alla reale volontà e al reale interesse dei popoli? Ma forse la domanda andrebbe riformulata in altro modo. Perché, di fatto, il ceto politico – anche il più aperto e disponibile, qual'è ad es., quello rappresentato da Obama – subisce così insormontabili condizionamenti da parte del potere economico? Perché spesso esso si riduce a supino megafono di tali poteri ?
Non appare questa una delle più grandi e crescenti contraddizioni del nostro tempo? Da una parte una società civile sempre più informata e consapevole, sempre più sensibile alle sorti dell' ambiente e della terra, e dall' altra un potere opaco e lontano, sempre meno rispettoso dei bisogni reali, delle preoccupazioni dei cittadini. E' una contraddizione insostenibile, una delle più gravi del nostro tempo su cui occorrerà riflettere e lavorare.
Ma oggi da Copenaghen dovremmo trarre una lezione in positivo, come ha sottolineato il premio Nobel per la pace Wangari Maathai su 'L'Unità' del 19 dicembre. Il vertice, qualunque sia la sua conclusione, non porrà fine alle lotte. Dagli anni '70 a oggi, con il suo Green Belt Movement , Maathai ha fatto piantare 40 milioni di alberi in Kenya, per bloccare l'erosione che divora la terra di quel paese. Perché non la si può imitare anche in Europa, in Italia, nel Lazio, a Roma? Perché non lanciare una campagna che investa i poteri locali, agronomi e botanici, semplici cittadini perché si piantino alberi ovunque possibile? Piante che generano ossigeno, consumano CO 2, danno ombra e fresco d'estate, assorbono l'acqua delle piogge, abbassano la temperatura, stabilizzano il clima?
Una simile campagna servirebbe anche a diffondere l'idea che la campagna intorno ai nuclei urbani non è in attesa del cemento dei centri commerciali, ma il luogo dove si protegge l'ambiente e il clima della città. Ecco dunque un fronte di lotta nuovo da proporre alle varie associazioni attive nelle realtà locali. Rivendichiamo il piantamento di alberi per salvaguardare il clima, per affrontare le estati sempre più roventi dei prossimi anni, per mostrare che il territorio è un bene comune che non può essere dilapidato.