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N W ECOSOCIETA - Intervista a Wanghari Maathai
COPENHAGEN – Intervista a Wangari Maathai (ambientalista e parlamentare Kenyota) di Marco Mongiello (da L’Unità del 09/12/2009)
Accordo o no, “dopo Copenaghen milioni di persone si rimboccheranno le maniche per contrastare il cambiamento climatico e saranno loro a spingere i leader a fare quello che è necessario”. A 69 anni Wangari Maathai non sembra stanca né scoraggiata per la modestia degli impegni alla Conferenza Onu. Nel 2004 è stata la prima donnaafricana e la prima ambientalista a ricevere il Nobel per la Pace, grazie anche al suo Green Belt Movement che dagli anni '70 ad oggi ha piantato 40 milioni di alberi in Kenya per combattere l'erosione. Come giudica questa Conferenza, è delusa? «Sono ottimista perché se anche l'accordo non sembra ambizioso là fuori , accordo o no, da domani milioni di persone si rimboccheranno le maniche per lottare contro il cambiamento climatico. È questo quello che conta. Saranno i cittadini del mondo a spingere i propri leader a fare quel che serve per il pianeta». Qual è stato il ruolo dell'Africa in questo negoziato? «Sono molto orgogliosa dell'Africa perché per la prima volta ha parlato con una voce sola. Sono soddisfatta anche delle posizioni dei Paesi africani in difesa delle foreste. È uno dei punti migliori dei compromessi raggiunti e ha ricevuto una giusta quantità di finanziamenti». Molti si aspettavano nuovi impegni da parte del presidente Obama, pensa che abbia fatto abbastanza? Lui è il Presidente degli Stati Uniti d'America e ha bisogno dell'appoggio del suo popolo e del legislatore. Già da mesi sapevamo che il Senato deve prima approvare il decreto sull'energia e non penso che sia saggio forzare la situazione con il rischio che poi gli Usa si ritirino dagli impegni presi. Inoltre bisogna considerare che gli Stati Uniti sono rimasti al lungo fuori da questo processo e ora sono rientrati. Penso che la presenza di Obama qui e l'ampiezza della sua delegazione sia un'indicazione del suo impegno. Cosa significa per lei l'espressione “giustizia climatica”? È quello che qui qualcuno chiama «responsabilità comuni e differenziate». Per 200 anni i Paesi industrializzati del Nord hanno usato fonti ad alte emissioni di carbonio e sono largamente responsabili per quello che sta succedendo al pianeta. Ora è un loro obbligo morale cercare di riparare e assistere quelli che sono colpiti dal cambiamento climatico. Non si tratta di fare l'elemosina, ma di seguire una via di giustizia e onestà. Questo è quello che chiamo giustizia climatica. Pensa che in Europa ci sia abbastanza consapevolezza del problema? Gli effetti del cambiamento climatico sull'Africa dovrebbero essere un problema prioritario per l'Europa, perché i due Continenti sono vicini e quando le persone dell'Africa cercano di scappare dai problemi di casa propria spesso diventano «rifugiati ambientali» in Europa. Il clima è anche una questione di sicurezza. Penso spesso alla quantità di soldi che viene spesa per respingere gli immigrati nel Mediterraneo o a quelli che si spenderebbero per soccorrere i Paesi africani nelle catastrofi naturali che si prevedono. Sono cifre molto più grandi rispetto a quelle in discusse a Copenaghen per aiutare i Paesi in via di sviluppo a proteggersi dal cambiamento climatico.
Data creazione : 24/06/2010 @ 12:16 | CHI SIAMO
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