

SABATO 18 SETTEMBRE 2010 alle 18, SI INAUGURA LA MOSTRA COLLETTIVA "IL FILO D'ACQUA"
alla FONDERIA DELLE ARTI in Via Assisi 31 Roma. Vi aspettiamo.
“IL FILO D’ACQUA” è la metafora di un discorso lineare che corre senza interruzioni, limpido e sottile, a cui gli artisti che aderiscono alle tematiche dell’Eco-arte promosse da NWart (Associazione Neworld), hanno dato vita, per confrontarsi su un tema come quello dell’acqua, carico di significati culturali, simbolici, economici e non ultimo di grave criticità eco-sociale a livello planetario.
L’acqua, da sempre bene essenziale e vitale, risorsa naturale a cui tutte le comunità e i singoli individui hanno diritto di avere libero accesso è però divenuta una preziosa merce da vendere e da cui ricavare ingenti profitti. Nella maggior parte dei paesi il sistema idrico è sotto il controllo di multinazionali come Suez, Veolia, Vivendi, RWE- Thames, Danone, Nestlè, Pepsi Cola e Coca Cola, a loro volta capofila di innumerevoli sottopartecipate società locali. Anche in Italia una legge passata in parlamento nel 2009 ponendo la fiducia, dismette la gestione pubblica, mette l’acqua ed altri servizi pubblici locali in mano ai privati o a partecipate a maggioranza di capitale privato.
I cittadini sono stati espropriati di un bene comune pubblico a vantaggio dell’impresa privata che persegue il massimo profitto aumentando arbitrariariamente le tariffe (così come già verificatosi in diversi Comuni) e destinando minimi investimenti nella manutenzione delle infrastrutture.
Per questo motivo un composito movimento trasversale di associazioni, comitati cittadini, organizzazioni, partiti e amministrazioni locali si sono ritrovate unite nel Forum italiano dei movimenti per l’acqua con l’intento di promuovere un referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua. In soli tre mesi sono state raccolte e depositate presso la Cassazione 1.400.000 firme per indire il referendum che dovrebbe svolgersi nella primavera 2011.
Parliamo un po’ dei consumi e degli sprechi di acqua che ne stanno mettendo in pericolo la disponibilità. L’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU), sostiene in uno studio presentato a Londra nel settembre 2008 che per ottenere 1 kg di mais sono necessari 900 litri di acqua, per 1 kg di riso 3.000 litri, per 1 kg di pollo 3.900 litri, per 1 kg di maiale 4.900 litri e per 1 kg di manzo 15.500 litri di acqua. Per un litro di Pepsi servono 9 litri di acqua di lavorazione.
Le previsioni riguardanti il futuro dell'acqua nel pianeta sono allarmanti (e non allarmistiche, come sostengono gli scettici contrari o i beneficiari del business). Nel 2025 il 60% della popolazione vivrà in situazione di stress idrico. 1 miliardo di persone deve camminare 3 ore per avere accesso all'acqua. Nel 2025, 2 miliardi e 700 milioni di persone vivranno con scarsità d'acqua. Il 20% della popolazione attualmente ha già problemi di accesso alle risorse idriche. L'acqua contaminata uccide 15 milioni di bambini all'anno. Tutti ormai sanno che l’acqua in bottiglia che ha costo zero e costo di produzione esclusivamente dovuto a imbottigliamento e pubblicità è un affare da miliardi di euro e miliardi di bottiglie PET si ammassano come rifiuti inquinanti costosi da smaltire.
Gli artisti invitati da NWart vogliono dare un loro contributo alla campagna in corso per l’acqua bene pubblico partecipando all’art-action corale “Il filo d’acqua”; opere di pittura, scultura, fotografia, videoarte, performance-live, arte concettuale formano un’evento itinerante che parla dell’acqua e dei suoi significati. Mediante i multiformi linguaggi e le tecniche delle arti visive si realizza un ulteriore focus sulla tematica in tutte le sue sfaccettature inclusa la critica alla cinica visione di considerare l’acqua una merce quotata in borsa.
Il profondo valore simbolico dell’acqua si perde nella notte dei tempi. Essa sostiene tutte le teorie di nascita della vita, le implicazioni geologiche, storiche, politiche e scientifiche, lo sviluppo della civiltà umana e della tecnica.
Quali sono state e quante continuano ad essere le valenze dell’acqua, la sua incidenza sul futuro del pianeta e dell’umanità ? Nel filo d’acqua continuo passano molte immagini…
Sostanza generatrice dell'universo nelle tradizioni religiose, nelle mitologie antiche così come nelle spiegazioni delle scienze fisiche dell’età moderna. Elemento primordiale insieme a fuoco, aria e terra (etere, metallo e legno nelle tradizioni orientali). Medium rituale di iniziazione alla vita spirituale per suo significato di rinascita e purificazione. Consuetudine igienica e relazione sociale nella cultura dell’abluzione termale e del vapore. Macronutriente essenziale per gli esseri viventi e per gli organismi vegetali. Fresca lenitrice della sete. Pratica irrigua che consentì lo sviluppo della civiltà agricola colturale. Stato di materia liquido, solido, gassoso, nebbia, pioggia, neve, ghiaccio. Sorgente, ruscello, fiume, cascata vertiginosa, stagno, lago, mare, oceano. Paesaggio. Ambiente di forme viventi sottomarine. Forza naturale travolgente e distruttiva. Antagonista del fuoco, madre del legno. Diluvio universale. Tsunami. Mezzo navigabile, via di migrazione e scoperta. Luogo di battaglie. Prossimità vantaggiosa per l’insediamento umano. Architettura cristallina di zampilli delle fontane urbane di palazzi e antiche residenze regali. Luna riflessa nel pozzo. Veicolo di contaminazione e malattie endemiche. Falde inquinate da sostanze chimiche (POPs). Contaminazione batterica degli acquedotti. Scarichi e sversamenti illegali di acque reflue per incidente o comportamento criminoso.
Il Filo dell’acqua vorrebbe contribuire a risvegliare le coscienze delle persone, inviare attraverso i messaggi delle opere onde di pensiero ad alta frequenza per provocare repulsione verso la stupidità e l’avidità umana, e risvegliare amore per l’armonia e la bellezza della natura. Ciò affinché la storia dell’acqua non si esaurisca e possa continuare a sostenere la vita sul pianeta.
Luigi Straffi
INFO: 339 4394399 (Antonietta Campilongo - curatrice)


LA BANCA E LA TERRA
di Marina Forti, da Il Manifesto del 31/07/2010
Non è tenero con i grandi investitori, il rapporto che la Banca mondiale sta preparando sulla corsa alle acquisizioni di terre agricole in paesi in via di sviluppo, la pratica ormai universalmente nota con il nomignolo «land grab» (accaparramento di terre).
Afferma infatti che «l'interesse degli investitori è concentrano su paesi che hanno una debole legislazione sulla terra», dove possono comprare terreni arabili a buon mercato. Aggiunge che le promesse di lavoro e investimenti nelle infrastrutture locali non sono mantenute, «gli investitori non tengono fede ai loro piani, in alcuni casi dopo aver inflitto gravi danni alla base di risorse locali». Rincara: i governi di questi paesi offrono la terra a condizioni così irrisorie che per gli investitori internazionali si tratta di affari puramente speculativi, «spesso i pagamenti dovuti per la terra sono condonati ... e i grandi investitori spesso pagano meno tasse dei piccoli agricoltori locali, o non le pagano affatto».
Riprendiamo queste citazioni dal Financial Times, il quotidiano finanziario londinese, che riferiva di questo rapporto qualche giorno fa (il 27 luglio). Ed è qui che la storia si fa ancora più interessante: perché il rapporto della Banca mondiale (dal titolo «The Global Land Rush: can it yield sustainable and equitable benefits?») è previsto per la pubblicazione il mese prossimo, agosto. Ovvero, quando passerà per lo più inosservato. Il quotidiano londinese però ne ha avuto una bozza, spiega, «da una persona che dice che voleva evitare che la Banca Mondiale diffondesse il rapporto nel mezzo del periodo di vacanze estive».
Ecco una «fuga di notizie» degna di nota. La notizia è stata ripresa da altri giornali (interessante: dal Wall Street Journal, un altro giornale economico, il 29 luglio) e da siti di attivisti di siti per i diritti umani e per lo sviluppo (vedi www.farmlandgrab.org). La «corsa globale alla terra», o land grab, è diventata visibile intorno al 2008, quando in piena «bolla speculativa» sui prezzi dei generi alimentari sono diventati famosi i casi di grandi acquisizioni di terre soprattutto in Africa: famoso quello di Daewoo Logistics che si aggiudica una concessione per 99 anni su un territorio grande come il Qatar in Madagascar (la cosa ha alimentato una rivolta finita in una sorta di golpe).
I dati sulle dimensioni di questa «corsa alla terra» sono frammentari, ma il rapporto della Banca mondiale cita alcune cifre ufficiali impressionanti: 3,9 milioni di ettari dati via in Sudan e 1,2 milioni in etiopia tra il 2004 e il 2009.
Intervistato dal giornale di Wall Street, lo «special rapporteur» dell'Onu sul diritto al cibo (e professore all'università di lovanio, in Belgio), Olivier de Schutter, si dichiara indignato: «L'arrivo di questi grandi investitori da fuori spesso spinge gli agricoltori originari fuori dalla terra. E' una conseguenza grave per comunità che magari non hanno titoli legali sulla terra». Ma «la Banca mondiale incoraggia questi investimenti», dice. «Gli investimenti servono, ... ma non a qualunque condizione. Non si può incoraggiare o permettere un mercato per gli speculatori». La Banca mondiale però è «un anomale complesso», conclude de Schutter, e da un lato incoraggia i grandi acquisti di terra - dall'altro commissiona studi che ne dimostrano gli effetti negativi. E poiché è un rapporto imbarazzante, ecco che cerca di farlo cadere nel silenzio, nel solleone d'agosto.
LA BATTAGLIA DI APRILIA
di Andrea Palladino da Il Manifesto del 05/08/2010
La situazione ad Aprilia, dove il Comune ha avviato la ripubblicizzazione dell'acqua, merita un aggiornamento. La settimana scorsa il sindaco ha chiesto ai legali di portare in Tribunale Acqualatina, il gestore partecipato dal colosso francese Veolia. Le vie bonarie non sono servite ed ora dovrà essere un magistrato civile a decidere sulla questione. Festa rimandata, almeno per ora.
La società per azioni che dal 2005 gestisce l'acqua ad Aprilia affila intanto le armi. Lo fa utilizzando gli squadroni con vigilantes armati, mandati in giro a chiudere i contatori, a ridurre il flusso fino a rendere impossibile l'utilizzazione dei rubinetti. Lo fa con anziani, famiglie, persone che da cinque anni contestano il servizio, molto spesso con la legge dalla loro parte. Lo fa nonostante un giudice di Latina abbia dichiarato vessatoria la clausola che permette alla società di tagliare i tubi in caso di presunta morosità. Una storia che il manifesto già raccontò nell'estate del 2008. E da allora nulla è cambiato.
Per ora Acqualatina continua ad avere il coltello dalla parte del manico. Apparentemente cerca di ignorare - almeno pubblicamente - l'intimazione del consiglio comunale che ad aprile ha chiesto la restituzione degli acquedotti. La parte pubblica della società - costituita da pezzi anche di peso della politica del Pdl di Latina e dintorni - è occupata a tessere i giusti rapporti politici, facendo leva anche sulla nuova giunta regionale.
La risposta al comune di Aprilia della conferenza dei sindaci è stata lapidaria: della questione se ne occupi la Regione. La Polverini per ora non si è pronunciata, anche se appare evidente come sulla sua posizione peserà il Pdl pontino, fondamentale per la sua elezione.
Il percorso che il comune di Aprilia sta affrontando non ha solo un risvolto locale. Lo scontro riguarda più che mai le democrazie locali, che - nonostante la propaganda sul federalismo - vengono svuotate sempre più di poteri reali. Ad iniziare dai bilanci, divenuti drammatici, che rendono spesso impossibile affrontare decentemente l'erogazione dei servizi pubblici locali. Come appunto l'acqua.
E' bene ricordare che la costituzione e l'intera legislazione italiana rimettono ai consigli comunali la competenza sulla gestione del servizio idrico. Sono le assemblee più vicine ai cittadini a decidere le modalità della distribuzione dell'acqua, bene che la stessa Unione europea considera con un valore a rilevanza pubblica. La battaglia di Aprilia va in questo senso e si basa su una decisione del consiglio comunale della città, che non ha mai approvato la convenzione di gestione con Acqualatina.
Dunque lo scontro con la società - e di riflesso con il gotha politico del Pdl che comanda in provincia e in regione - si basa su un principio costituzionale non secondario e riguarda direttamente il sistema democratico. Non solo. Il risultato finale che potrà raggiungere l'amministrazione comunale di Aprilia mostrerà quanto veramente conta oggi lo stato di fronte al potere economico e di lobby delle multinazionali dei servizi.
E' ancora possibile per i Comuni italiani esercitare in autonomia il mandato democratico, nonostante le pressioni sempre più soffocanti delle società per azioni?
VOTO STORICO ALL'ONU: «L'ACQUA È UN DIRITTO UMANO FONDAMENTALE»
Da l’Unità del 29 luglio 2010

L'accesso all'acqua potabile e ad uso igienico è un diritto umano fondamentale. Lo stabilisce una risoluzione delle Nazioni unite, approvata questa notte al Palazzo di Vetro dall'Assemblea generale. La risoluzione, non vincolante, è passata con il voto a favore di 122 nazioni, nessun contrario e 41 astensioni.
L'inserimento nella Dichiarazione dei diritti umani è un passo decisivo per affrontare la questione sempre più urgente della mancanza di risorse idriche sufficienti per centinaia di milioni di persone nel nostro pianeta. Secondo le stime fonite dall'onu, ogni anno 1,5 milioni di bambini sotto i 5 anni muore per malattie legate alla carenza d'acqua o di strutture igieniche. Il testo della risoluzione riporta che 884 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2,6 miliardi vivono in condizioni igienico sanitarie insufficienti. Fra le nazioni che si sono astenute vanno elencati gli Stati uniti, il Canada, il Regno Unito, l'Australia: a loro parere la risoluzione potrebbe minare l'iter in corso a Ginevra presso il Consiglio dei Diritti Umani per costruire un consenso sui diritti legati all'acqua.

NEWORLD ADERISCE AL FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA.
Visita il sito del Forum italiano dei movimenti per l’acqua www.acquabenecomune.org/
leggi: "LA RIVOLUZIONE DELL'ACQUA" articolo di Marco Bersani dal sito www.acquabenecomune
È ONLINE NWART, IL NUOVO SITO DELL’ARTE PER L’ECOLOGIA E IL SOCIALE
NWart si occupa di ideare ed organizzare eventi, mostre collettive e personali d’arte contemporanea ispirate a temi sociali, umanitari ed ecologisti; è parte integrante dell’Associazione Neworld che studia le problematiche sociali ed ambientali del nostro tempo, elabora idee e progetti su: ambiente e territorio, bioarchitettura ed ecodesign, eco-cultura, comunicazione, ecosocietà. Nata nel 2007 dalla riunione di differenti esperienze umane, sociali e professionali l’Associazione Neworld ha realizzato convegni sulla decrescita, eventi culturali e mostre collettive di arti visive, in Italia, Gran Bretagna, Germania, Polonia, Slovenia, Cina.

Manifesto NWart per l’eco-arte
L’artista consapevole dell’iniquità della società neoliberista che esclude e marginalizza tutto ciò che non è funzionale e asservito alle sue logiche, sensibile alle disuguaglianze sociali e alle devastazioni dell’ambiente, alla banalità culturale che tale società usa e incentiva per autoconservarsi, sceglie di indirizzare il suo operato e potenziale creativo verso un prodotto artistico propedeutico al “risveglio della coscienza”. Ricontestualizza il titolo del Capricho di Goya “il sonno della ragione genera i mostri”, per ricordare e far ricordare che l’aspirazione a un mondo più etico e autenticamente libero, passa attraverso il recupero e l’esercizio di una lucida capacità critica e la partecipazione attiva.
L’elaborazione dell’artista abbandona l’autoreferenzialità e l’ingannevole identificazione narcisistica con l’opera, fine a se stessa e va a realizzare un’idea fruibile che coinvolge e diventa patrimonio di tutta la comunità. L’art-action (performance, dipinto, oggetto multidimensionale, foto o video) diventa l’armamentario della comunicazione. Essa racconta in tutta la sua evidenza la criticità e l’implosione di questo modello di società che propaganda di essere veicolo di progresso, benessere e opportunità e che invece ha creato ingiustizie, un endemico “mal di vita” e un preoccupante deterioramento della biosfera.
Come non accorgersi infatti
- del restringimento abilmente mascherato dei diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici della persona,
- del consumismo che propaganda benessere e felicità proporzionati al PIL e allo sviluppo incurante dei limiti del pianeta,
- della promozione di status quali il successo, il potere e la ricchezza, a unici valori realizzativi,
- dell’alienazione e delle difficoltà esistenziali che tali disvalori producono minando la stabilità fisica e psicologica delle persone,
- della natura violata, saccheggiata e inquinata in modo irreversibile per lo strapotere dei gruppi economici trasnazionali e della messa in atto di mega-progetti ad esse funzionali,
- delle comunità del sud del mondo derubate di risorse e territori con ingannevoli politiche di aiuto allo sviluppo; colpite da malattie causate da inquinanti organici persistenti di attività estrattive o defolianti, oppresse quando in lotta resistente per i propri diritti con metodi intimidatori e di eliminazione fisica.
- dei beni comuni, diritto fondamentale dei cittadini (acqua, servizi essenziali, saperi) trasformati da beni di libero accesso a merci, cospicua fonte di profitti privati.
Dunque, proprio da queste istanze e dal desiderio di partecipare al cambiamento della società, l’eco-artista si coinvolge in questa corrente “open source” che pensa, costruisce, scambia e propaganda idee veicolandole con tutti i mezzi possibili. Si costituisce di fatto un incubatore dove i prodotti artistici, gli artisti e i fruitori diventano un sistema interdipendente, il prototipo e l’esemplificazione della trasformazione.
I progetti di NWart continueranno ad avere due caratteristiche: cogliere l’attualità in movimento fissandolo nella storia contemporanea alla maniera del fotoreportage e la “portabilità” delle idee in contesti disomogenei; si tratta in sostanza di verificare come questo movimento per l’eco-arte che si sta conformando riesca ad attraversare mondi, culture e sensibilità diverse mantenendo inalterato il suo messaggio.
Sono in preparazione varie art-action di cui daremo presto notizia; seguiteci!
Luigi Straffi
(pres. Ass. Neworld)
contatti: neworld@fastwebnet.it info@nweco.it

COME RICONVERTIRE L'INDUSTRIA DELL'AUTO? “oltre il dogma dello sviluppo”
di Guido Viale da Il Manifesto del 01/07/2010
Sia Eugenio Scalfari che Gianni Riotta, nei loro editoriali di domenica scorsa su Repubblica e il sole24ore, hanno messo giustamente in evidenza il rapporto tra la vicenda di Pomigliano e la globalizzazione, come già aveva fatto Luciano Gallino pochi giorni prima. L'apertura dei mercati mondiali, che è l'essenza della globalizzazione, porta inevitabilmente a un livellamento dei salari e della produttività del lavoro, intesa come intensità dello sfruttamento, o, se vogliamo, dell'erogazione della prestazione. Cioè verso un miglioramento nei paesi emergenti o restituiti, come l'Est europeo, allo "sviluppo"; e verso un peggioramento nei paesi già industrializzati e "affluenti", tra cui l'Italia.
In queste comparazioni si leggono spesso cifre che meriterebbero una verifica: per esempio, è vero che dallo stabilimento Fiat di Pomigliano dipendono ben 10mila posti di lavoro nell'indotto locale? Ed è proprio vero che a Tychy, in Polonia, gli operai producono 10 auto per ognuna di quelle prodotte a Pomigliano? A parte la diversità dei modelli e della relativa complessità, dove sta la linea di demarcazione tra produzione di componenti e assemblaggio? È la stessa nei due stabilimenti o a Pomigliano ci sono più attività "internalizzate" che a Tychy? E i salari di Pomigliano, misurati sul costo della vita, quanto sono ancora superiori a quelli d Tychy?
Comunque sia, per partecipare «alla Coppa del mondo del lavoro» Riotta ritiene che Pomigliano deve dimostrare che può produrre di più e a costi minori che in Polonia. Chi non accetta il gioco, combatte modernità e sviluppo. Questo approccio, che relega il Mezzogiorno nell'area del sottosviluppo (Napoli come colonia produttiva, come lo sono Polonia, Turchia o Serbia) rispecchia la linea di Confindustria, che vede nel diktat di Marchionne un modello per tutta l'industria italiana. Ma, attenzione! L'Italia è ancora una (nonostante la Lega) e questa accondiscendenza alle leggi della globalizzazione rischia di travolgere non solo Napoli, ma anche Torino e Milano; e con esse Riotta.
Scalfari vede il problema e cerca un rimedio a un processo che gli pare irreversibile. Il rimedio è una politica redistributiva dello Stato che compensi con misure fiscali l'inevitabile erosione del potere di acquisto dei salari e con misure di welfare il peggioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche. Se pensiamo alla cricca di Bertolaso, che ha divorato in meno di dieci anni 13 miliardi di euro, o ai costi della politica, che ne consumano molti di più, o ai bonus dei manager (che però "se li guadagnano": i loro non sono forse redditi da lavoro?), o all'evasione fiscale e ai condoni, che hanno portato il carico fiscale di chi paga le tasse (cioè i lavoratori dipendenti e la gente onesta) ben oltre il 50 per cento del reddito, una compensazione del genere pare non solo possibile, ma doverosa. Ma quelle risorse (Marx le chiamava plusvalore) provengono sì dalla compressione dei redditi da lavoro (in termini di potere di acquisto i salari italiani sono ormai i più bassi dell'Europa a 15); ma proprio la necessità di comprimerli ulteriormente è destinata a prosciugare anche il surplus a cui attingere per una auspicabile quanto per ora improbabile politica di redistribuzione. In ogni caso estrarre dal o contenerne gli effetti livellatori non potrà mai tenere il passo con i ritmi della globalizzazione.
Ci sono altre alternative a questa due indicazioni? Non lo è certo il protezionismo, più volte proposto dalla Lega e da Tremonti (un commercialista osannato come "genio" da supporter e oppositori che predica il contrario di quello che fa e nasconde quello che fa con i giochi di parole: l'ultima trovata è chiamare "economia sociale di mercato" la sua marcia forzata verso liberismo e privatizzazioni). Comunque, chiudere o restringere i varchi alle importazioni, posto che l'Europa lo consenta - l'Italia non ha più l'autonomia per farlo - vuol dire restringere di altrettanto gli sbocchi delle nostre produzioni. Una politica che l'industria italiana non può permettersi.
Meno che mai c'è un'alternativa nella teoria proposta e riproposta da Stefano Cingolani sul Foglio, delle flying geese: le anatre che si alzano in volo una dietro l'altra, come i paesi emergenti che adottano prodotti e tecnologie abbandonati dai paesi industrializzati mano a mano che questi passano a produzioni a più alto valore aggiunto. Una "teoria dello sviluppo" in cui nessuno perde. Ma da tempo le cose non si svolgono più in modo così ordinato; ricerca e istruzione - peraltro da noi completamente abbandonate e sostituite dalla più stupida televisione del mondo - hanno ormai messo diversi paesi emergenti (Cina, India soprattutto) alla pari, se non più avanti dell'Italia, sia in campo scientifico che tecnologico, pur avendo mantenuto costi del lavoro e ambientali di gran lunga inferiori.
Ma ci sono altri "fattori competitivi" con cui contrastare gli effetti perversi della globalizzazione? A mio avviso - ma non è un parere personale; è solo la mia personale esposizione di un pensiero condiviso da milioni di persone che in vari modi lo praticano o cercano le strade per praticarlo - c'è un solo modo per contenere gli effetti perversi del livellamento indotto dalla globalizzazione, sia sui paesi oggi affluenti, sia su quelli emergenti, sia su quelli rimasti ai margini. Ma c'è un solo modo anche per contenere il divide tra ricchi e poveri, che passa sempre di più all'interno delle nazioni e sempre meno nel rapporto tra una nazione e l'altra.
La strada da imboccare è la progressiva e graduale "riterritorializzazione" dei mercati e delle produzioni. Un processo che non tocca l'informazione e i saperi (i bit), la cui circolazione sarà resa sempre più fluida dalla diffusione della rete, nonostante tutti gli ostacoli legali e proprietari imposti alla circolazione delle conoscenze; ma che renderà sempre più costosa la circolazione dei beni fisici e dei materiali (gli atomi): sia per il costo dei combustibili, destinato comunque a crescere verticalmente, sia per gli impatti delle loro emissioni. Ma è un processo che va assecondato e governato, per evitare che abbia conseguenze dirompenti sulle nostre vite.
La riterritorializzazione di mercati e produzioni coincide in gran parte con la conversione ambientale nei settori vitali del sistema economico. Questo obiettivo è ormai chiaro e largamente condiviso nel settore agroalimentare, dove molti sono ormai concordi nel denunciare i danni delle monoculture, dell'uso dei fertilizzanti e dei pesticidi chimici, dell'espropriazione dei coltivatori diretti (che Carlo Petrini insiste giustamente a chiamare «contadini», perché sono portatori di una vera cultura, non solo tradizionale ma anche innovativa e scientificamente aggiornata). Qui riterritorializzazione significa multifunzionalità delle aziende agricole, valorizzazione delle colture e delle specialità tradizionali, delle specie autoctone, delle produzioni biologiche, Km0: è l'unica strada per restituire la sovranità alimentare a tutti i paesi e a ogni comunità. Subito dopo viene la valorizzazione dei materiali di risulta (con il riciclo degli scarti) e dei prodotti già in uso (con la promozione della loro durata attraverso la cultura della manutenzione e del riuso). Il terzo ambito è quello della mobilità sostenibile, con servizi di trasporto condivisi, anche personalizzati, al posto della ormai insostenibile diffusione della motorizzazione privata. Poi viene la manutenzione del territorio e dell'edificato. Ma il primo posto spetta comunque all'efficienza energetica e alle fonti rinnovabili, per sfruttare in modo decentrato, distribuito e autonomo le risorse locali di ogni territorio (ho cercato di presentare nel modo più semplice possibile le problematiche connesse alla riconversione di questi settori nel mio Prove di un mondo diverso, Nda Press, 2009).
Enunciate così, sono indicazioni astratte; ma ciascuna è suscettibile di infinite contestualizzazioni in grado di valorizzare le risorse tanto dei paesi affluenti che di quelli emergenti o emarginati. Ma si tratta, nel caso specifico del nostro paese e del contesto europeo, di indicazioni in grado di valorizzare anche i due principali "fattori competitivi" residui su cui possiamo ancora contare.
Il primo è la complessità sociale, l'estrema differenziazione dei ruoli, delle competenze, delle esperienze, dei saperi, che coincide con il processo di individualizzazione del corpo sociale protrattosi per tutto il corso dell'era moderna e che il conformismo e l'omologazione promossi dalla società di massa non sono ancora riusciti a cancellare. Una complessità che i paesi emergenti ancora non conoscono; o che spesso hanno distrutto per una troppo rapida accettazione degli stereotipi occidentali, ma che sicuramente non possono ricostruire in pochi anni.
Il secondo è la diffusione dei saperi presente all'interno del tessuto sociale, che non è più fatto da tempo di plebi ignoranti, ma nemmeno solo di competenze formali acquisite in ambiti scolastici, avulsi dai contesti sociali (si tratta, anche in questo caso, di un fattore a rischio, incalzato da quella «dittatura dell'ignoranza» che è l'epitome dello il Zeitgeist).
E perché sono "fattori competitivi"? Perché la transizione verso produzioni ambientalmente compatibili non solo è irrealizzabile senza una partecipazione consapevole delle comunità coinvolte; ma ha anche bisogno dei loro saperi. Sia di quella conoscenza del territorio e dei contesti sociali che solo chi vive in essi possiede; sia delle competenze che ciascuno ha sviluppato attraverso esperienze di studio, di lavoro o di vita che le strutture aziendali, stregate dai risparmi realizzati a spese del precariato, non sanno più valorizzare. Ma la transizione verso la compatibilità ambientale può mettere capo a modelli tecnico-organizzativi che possono essere esportati o comunque diffusi in tutto il mondo. Si pensi al valore di una rete locale di energia rinnovabile, distribuita e autosufficiente; a uno schema di mobilità fondato sul trasporto flessibile; ai vantaggi, anche economici, di un diffuso ricorso all'ecodesign; ai modelli di edilizia popolare ecocompatibile; a una filiera agroalimentare territorialmente circoscritta, capace di mettere a frutto tutte le conoscenze scientifiche disponibili (che non sono l'ingegneria genetica): eccetera.
Si tratta allora di creare, o riaprire, degli spazi pubblici dove questi saperi possano confluire, confrontarsi, integrarsi, pur nella irriducibile diversità di valori e interessi di cui sono espressione; e, alla fine, sintetizzarsi in una o più proposte di transizione a livello locale. Ha qualcosa a che fare tutto ciò con la vicenda di Pomigliano? No, se quella vicenda viene vissuta come una "emergenza": un "prendere o lasciare" imposto all'ultimo momento. I processi di transizione e la conversione ambientale hanno bisogno di tempo per maturare; ma soprattutto di soggetti e di attori che la promuovano. Sì, però, se si affrontano i problemi per tempo; mano a mano che l'inevitabilità delle crisi aziendali e delle produzioni attuali comincia a prospettarsi. E questo è, tra gli altri, il caso tanto di Termini Imerese quanto di Pomigliano.
GLI STRANIERI ESITANO A INVESTIRE IN ITALIA PER L'INCERTEZZA FISCALE E L'ALTO LIVELLO DI CORRUZIONE, NON PER QUEI SINDACATI CHE, COME A POMIGLIANO, SI OPPONGONO AGLI ACCORDI CON LE IMPRESE.
di Furio Colombo, da il Fatto Quotidiano del 20/06/2010
Quanti giorni sono trascorsi tra la notizia della fabbrica Foxcomm di Shenzen (Taiwan) e la notizia della fabbrica Fiat di Pomigliano d’Arco (Italia)? Conto dalle date del Corriere della Sera: Shenzen, 3 giugno. Pomigliano d’Arco, a partire dal 12 giugno, dunque meno di 10 giorni. Che cosa hanno in comune i due diversi luoghi di lavoro in due parti così lontane del mondo? Hanno in comune una realtà (Shenzen) e un progetto annunciato e imposto (Pomigliano) di organizzazione del lavoro radicalmente nuova. Si chiama WMC (World Class Manufacturing), elimina tutti i tempi morti e si fonda sui 6 zero (0 difetti, 0 stock, 0 tempi morti, 0 conflitti, 0 attesa per i clienti, 0 uso di carta per comunicare) o sui 7 sprechi (sovrapproduzione, tempi inutili, lavoro a vuoto, troppo magazzino, movimenti non necessari, pezzi difettosi, attesa).

In Italia questo cambiamento del modo di lavorare, e dunque di vivere quando non si mangia o non si dorme, sta provocando elogi smodati, come se il lavoro operaio senza intervalli e senza soste fosse una nuova fonte di energia rinnovabile. In Italia si fa notare con un brillio di entusiasmo che l’operaio farà, per ogni gesto cronometrato, solo pochi passi, anzi un passo solo (non sprechiamo tempo e forze fisiche) e una torsione del torso (ti volti appena per afferrare il pezzo o strumento utile). In Italia c’è chi sta annunciando che il futuro è già cominciato, che vuol dire che chi deve lavorare lavora, quasi senza muoversi dai due metri di vita quotidiana che gli spettano, e il resto è riservato ai dirigenti, agli azionisti, ai fornitori, ai clienti serviti in tempo, dunque ai consumatori soddisfatti. A Shenzen la scena è identica, la produzione va a gonfie vele, il profitto è top, l’azionista di Apple (il computer) che ha appena annunciato di avere superato Microsoft nella quantità di prodotti venduti si conta a milioni, il profitto a miliardi. Con due particolari che vale la pena di notare. I lavoratori hanno gradatamente superato le 60 ore di lavoro settimanali (standard, per la Foxcomm), mangiano per 10 minuti, dormono in speciali locali messi a disposizione dall’azienda per evitare i tempi morti di andare e venire da casa.
A Shenzen l'unico errore dei razionali pianificatori di lavoro della Foxcomm sembra essere stato di collocare i dormitori all’ultimo piano. Dall’inizio di gennaio 11 operai si sono uccisi buttandosi dal tetto. Il dodicesimo, Yan Li, anni 27, si è suicidato mentre Steve Jobs – azionista di maggioranza della Apple – celebrava la produzione (ampiamente prevenduta) del primo milione di iPad. A Shenzen c’è una grande libertà sul come apri, chiudi, conduci e organizzi la tua fabbrica, che ovviamente riguarda esclusivamente i padroni. La Foxcomm, nel tempo libero dalla produzione per la Apple, lavora, con lo stesso ritmo entusiasta, per Bell, Nokia, Hewlett Packard. A Shenzen nessuno si è mai sognato di chiudersi nella gabbia dell’art. 41 della Costituzione Italiana.
Nessuno deve aprire un tavolo con i rompiscatole della Fiom o ascoltare i dubbi della Cgil. Qui tutti pensano che sia meglio avere un lavoro che non averlo, anche se – come si vede – a qualcuno saltano i nervi. E siccome, una volta imparato con razionalità e rigore il nuovo metodo WMC, i nervi saltano anche agli operai francesi della Telecom, che si uccidono con lo stesso ritmo dei colleghi cinesi, forse una contro-prova della perfezione multietnica della nuova organizzazione del lavoro è necessaria.
Marchionne però ci crede – e ha persuaso un po’ più di mezza Italia, senza troppe distinzioni fra destra e sinistra, sia perché si diffonde il principio (ricordate il Catalano di Arbore?) che è meglio avere un lavoro che non averlo, sia perché tutto appare così nuovo e moderno. Dopotutto anche per la galleria del Frejus ci sono stati dei morti. E infatti hanno il loro bel monumento a Torino. È il lavoro, bellezza. Come in ogni buon thriller, ci sono storie marginali (side stories) che rafforzano il plot (il racconto) dell’Italia che cambia. Una ce la presenta il ministro Tremonti. Sostiene Tremonti che se le aziende continuano a subire troppi controlli per esistere e per organizzare il lavoro (art. 41 della Costituzione Italiana) resteremo sempre in coda rispetto ai paesi che attraggono capitali stranieri. Sembra non sapere che a New York non puoi ristrutturare un appartamento senza tre permessi essenziali da tenere sempre in vista: vigili del fuoco, ufficio comunale per le costruzioni, assicurazione contro gli infortuni per ciascuno dei lavoratori che ti entrano in casa anche per un solo giorno.
Tremonti sembra non sapere che a New York, se hai un bambino sotto i 10 anni, sei tenuto a mettere sbarre alle finestre anche nel più elegante appartamento di Park Avenue, e i controlli sono frequenti e implacabili. Sembra non sapere che, prima di iniziare qualsiasi attività imprenditoriale, devi dare notizie chiare su ambiente, condizione sanitarie dei vani, uscite antincendio, materiali infiammabili, destinazione delle scorie. Il principio dell’“ex post” commuove pochissimo le autorità cittadine americane che saranno anche sensibili alle esigenze di impresa, però vogliono vedere, sapere e certificare prima, non dopo. Ma in questa Italia la sinistra non ce la fa a lasciare da sola la destra.
E così, accanto a Tremonti, ma con la sua piena autonomia accademica, compare il prof. Pietro Ichino, il quale sostiene: “Questo gravissimo difetto (il fatto che i sindacati anche minoritari possano opporsi a un accordo con la impresa, ndr) del nostro sistema delle relazioni industriali, non è la sola causa della scarsa attrattività dell’Italia. Ma molti osservatori qualificati lo considerano una delle cause principali, assieme alla complessità e incomprensibilità del nostro diritto del lavoro. È il “male oscuro” che impedisce da due decenni al nostro Paese di crescere” (Il Corriere della Sera, 14 giugno). Naturalmente Ichino sta dicendo: sbrigatevi a firmare a Pomigliano. Cominciate a torcere il torso nelle posizioni prescritte da WMC o gli stranieri (in questo caso Marchionne da Torino, forse perché è di origine canadese) se ne vanno.
Posso aggiungere due o tre ragioni che – mi dicono – a volte pesano di più sulla esitazione delle imprese straniere a investire in Italia? Uno:l’incertezza fiscale; due: la bizzarria di leggi e ordinanze che cambiano sempre, a seconda che il presidente di Regione o il sindaco siano leghista o di Comunione e Liberazione; tre: il disastro dei trasporti dal luogo di produzione alla frontiera o al porto più vicino; quattro: la criminalità organizzata e il suo implacabile Wmc. Vorrei citare, come riassunto di tutte queste ragioni, un capoverso dell’articolo dedicato all’Italia (vita, lavoro, politica) da “The Economist” 12-18 giugno 2010: “Ma l’Italia non è come altri Paesi; l’Italia è un paese notoriamente corrotto.
Non sai mai quale inchiesta o intercettazione porta alla mafia. I legislatori italiani dovrebbero prestare più attenzione a questo aspetto…”. Forse la nostra reputazione non si gioca tutta sui tempi di lavoro di Pomigliano. Difficilmente gli investitori stranieri, in un paese con quattro ministri indagati più il presidente del Consiglio molto cercato dai giudici, esiteranno a investire in Italia a causa della presunta passione dei lavoratori per i Mondiali di calcio.
RITORNO AL NUCLEARE? E SE RIDUCESSIMO INVECE IL FABBISOGNO DI ENERGIA?
di Luigi Straffi
Nel dibattito che si accende nel paese a periodi alterni sulle scelte energetiche, continuiamo a vedere la ragionevolezza umana vacillare sotto i colpi di pretestuose motivazioni. Motivazioni economiche e scientifiche che vorrebbero dimostrare e convincere i cittadini circa l’ineluttabilità di ricorrere alle centrali nucleari rispetto ai vantaggi che esse offrono: energia più economica, abbattimento delle emissioni causa dei cambiamenti climatici, livello di sicurezza accettabile, riparo da possibili ricatti dei paesi produttori di combustibili fossili, continuità, costo ancora eccessivo delle energie rinnovabili, loro parziale efficienza, ecc. Tutte queste argomentazioni sono state confutate, ed ogni tesi ha una tesi contraria provata anche in cifre laddove i nuclearisti parlano di misure e quantità; i lettori che volessero approfondire le motivazioni contrarie al nucleare possono trovare per proprio conto una enorme quantità di studi scientifici ed economici prodotti da autorevoli esperti ed Istituti scientifici.
Ma il focus di questa riflessione è però un altro: non vogliamo qui ripercorrere le motivazioni che sconsigliano il ritorno all’impiego del nucleare, bensì porre l’attenzione sulle cause dell’aumento del fabbisogno di energia, da cui deriva conseguentemente la necessità di costruire impianti sempre più grandi e costosi. Invece, come produrre l'energia nel modo più conveniente e più sostenibile è oggetto di vedute diametralmente opposte e causa di aspro dibattito. Tra queste “vedute” non dimentichiamoci di ricordare quelle di chi fa ottimi affari con l’industria nucleare e che ha buoni motivi per diffondere opinioni che creino consenso.
Dunque proponiamo un ragionamento ripartendo dalle tesi del convegno promosso in primavera dalla nostra associazione in collaborazione con la Provincia di Roma “La strategia della lumaca”– Per una società della misura:idee e pratiche di un altro sapere ed un altro saper fare. Avevamo preso ad ispirazione una riflessione di Ivan Illich, tratta da “le genre vernaculaire” in (Euvres complètes), citata da Serge Latouche nel suo “Breve trattato sulla decrescita serena”, che suggerisce efficacemente un confronto tra le sagge modalità di crescita della lumaca, scritte nelle leggi della natura e quelle dell’umanità che dimenticandole negli ultimi secoli, persegue uno sviluppo esponenziale senza regole e senza limiti (rispetto ad un pianeta dalle dimensioni “finite”). L’esempio della lumaca di universale comprensione, definisce i limiti del concetto di sviluppo applicabile ad ogni 'organismo' che abbia una crescita:
(…) In questa situazione, sarebbe urgente riscoprire la saggezza della lumaca. Infatti la lumaca non solo ci insegna la necessaria lentezza, ma ci impartisce una lezione ancora più indispensabile. “la lumaca – ci spiega Ivan Illich – costituisce la delicata architettura del suo guscio aggiungendo una dopo l’altra delle spire sempre più larghe, poi smette bruscamente e comincia a creare delle circonvoluzioni stavolta decrescenti. Una sola spira più larga darebbe al guscio una dimensione sedici volte più grande. Invece di contribuire al benessere dell’animale, lo graverebbe di un peso eccessivo. A quel punto, qualsiasi aumento della sua produttività servirebbe unicamente a rimediare alle difficoltà create da una dimensione del guscio superiore ai limiti fissati dalla sua finalità. Superato il punto limite dell’ingrandimento delle spire, i problemi della crescita eccessiva si moltiplicano in progressione geometrica, mentre la capacità biologica della lumaca può seguire soltanto, nel migliore dei casi, una progressione aritmetica”. Questo divorzio della lumaca dalla ragione geometrica, che per un periodo aveva anche lei sposato, ci mostra la via per pensare una società della decrescita, possibilmente serena e conviviale.
Questo stringente insegnamento pone un primo punto essenziale: il fabbisogno planetario di energia può aumentare a dismisura assecondando una crescita insostenibile o deve essere ridimensionato secondo una sensata logica di limitazione degli sprechi? Le regole geometriche del guscio della lumaca dimostrano l’inesistenza di alternative di carattere fisico-quantitativo; il limite c’è, esiste, e su questo va costruito un intelligente nuovo modello eco-nomico. Non abbiamo altra scelta che transitare da una cultura iperproduttivista, predatoria di risorse, energivora, incarnata da uno stile di vita fatto di eccessi consumistici ed inquinanti – risultato di una distorsione delle potenzialità iniziali della rivoluzione industriale – a comportamenti collettivi ed individuali più consapevoli dei limiti oltre i quali il sistema-pianeta imploderà. Lo sviluppo deve “stabilizzarsi” affinché l’ambiente e la società umana in cui viviamo (e di cui siamo cellule), possano conservarsi e mantenersi in salute.
I cambiamenti che ogni singolo individuo e le comunità devono perseguire riguardano ovviamente scale di problemi a cui rispondere con soluzioni diverse; ma un denominatore comune deve essere alla base di tutte le scelte: la capacità di essere efficienti e sufficienti negli impieghi di energia e il trovare soluzioni che taglino con decisione gli sprechi. Insieme a questo è necessario rifondare il concetto di economia in senso umanistico - l'economia a servizio del benessere delle persone e non strumento di oppressione e dominio. E' necessario: produrre meno merci e promuovere uno scambio di beni, servizi e saperi fuori dalle logiche commerciali, creare nuove attività e professionalità indirizzate ai sistemi di produzione ecocompatibili, alla cura dell'ambiente e delle persone, al nutrimento culturale e al tempo libero.
Agli abitanti delle nostre società opulente, ai consumatori irriducibili, agli individualisti, questa immagine potrebbe evocare una visione di vita futura grama, incolore, senza emozioni, un balzo indietro di secoli della nostra civiltà; assolutamente non è così: la qualità della vita non verrebbe intaccata dall’eliminazione degli sprechi (difficili perfino da calcolare per l'enormità dell’ordine di grandezza). Semplicemente si deve comprendere che tutto quello che non si consuma si traduce in un guadagno, in una disponibilità e conservazione delle risorse e in una protezione degli ecosistemi. Possiamo tranquillamente fare a meno di molti falsi bisogni imposti dal consumismo, disintossicarci dagli inquinanti fisici e mentali che ci avvelenano e vivere meglio. E' calcolato che potremmo ridurre (secondo questa logica di società appena prefigurata) il fabbisogno di risorse energetiche del 70%. Come poter riconfigurare la nostra vita consumando meno, lavorando meno, stressandoci meno, mantenendo un livello qualitativo buono se non addirittura liberante, non è riassumibile in un articolo; ma si può consigliare chi fosse interessato ad approfondire il modello della “decrescita” a visitare i siti delle associazioni e dei movimenti che si occupano di portare avanti queste proposte e che sono presenti anche nei links del nostro sito, oltre a consultare la bibliografia dei teorici che ne hanno fatto ampia trattazione.
In altri termini si può prefigurare l’avvento di una nuova era umana basata sul “mantenimento di un’equilibrio” piuttosto che sulla crescita ad oltranza, che non avrebbe bisogno di aumentare il consumo di risorse naturali e di energia e di conseguenza non avrebbe necessità di una superproduzione energetica. Prima di pensare a costruire nuove centrali nucleari o centrali per la produzione di energie da fonti rinnovabili (non del tutto esenti anch’esse da considerazioni riguardanti la sostenibilità ambientale), sarebbe necessario avviare una grande trasformazione di pensiero che da sola costituirebbe la risorsa energetica più efficace a disposizione. Al posto di nuovi megacentrali, costose, ad alto impatto ambientale o potenzialmente dannose per la salute umana, si potrebbero immaginare degli altrettanto giganteschi impianti (puramente virtuali) che rappresentano l’enorme potenziale di energia non consumata.

DENUCLEARIZZARE (L'IMMAGINARIO POLITICO)
di Luigi Straffi
Il recente incontro di Berlusconi con Sarkozy ha preannunciato con lieve nonchalance che l’Italia rientra nel nucleare con la collaborazione della Francia; l’accordo prevede uso di Know how ed assistenza per la costruzione di quattro nuove centrali di ‘terza generazione’. L’industria nucleare francese forte delle importanti concessioni estrattive sui giacimenti di uranio nel Niger guarda allo sviluppo dei propri affari e acquisisce nuovi clienti tra i quali l’Italia.
La notizia del ritorno al nucleare ha sorpreso non poco quella maggioranza di cittadini italiani che dopo il disastro di Chernobyl, attraverso un referendum (8 novembre 1987) scelse di bandirne l'uso in Italia. Il 65,1% degli italiani si recò a votare. I risultati furono: NO (80,6 % ) alla costruzione di centrali nucleari in Italia - NO (71,9 %) alla partecipazione dell' Enel (Ente Nazionale Energia Elettrica) a impianti nucleari all'estero - ancora NO (79,7%) ai contributi per incentivare le centrali nucleari. Questa volontà sovrana espressa dal popolo è una legge dello Stato.
Nel pieno della crisi finanziaria ed economica che investe il nostro paese ed il resto del mondo la scelta del governo di tornare all’impiego dell’energia nucleare si basa su due presupposti: ottenere energia, ritenuta pulita e a bassi costi insieme ad una maggiore autonomia energetica; contribuire con queste a rilanciare la locomotiva della produttività e dei consumi. Si dirà, il paese è prostrato ed ha proprio bisogno di soluzioni efficaci che lo facciano rialzare - ci sono invece molte ragioni per confutare questa opzione.
Prima di discutere se sia giusto o meno considerare nulla una volontà popolare chiaramente espressa e ragionare sull’opportunità o meno di reintrodurre il nucleare, è necessario richiamare alla mente alcuni avvenimenti storici e l’attuale stato di salute del pianeta arrivando a fare una previsione delle conseguenze.
Gli ultimi due secoli di evoluzione scientifica e tecnica hanno impresso un’accelerazione alla storia dell’umanità, e se da un lato le applicazioni (scientifiche e tecnologiche) hanno contribuito a rendere meno pesanti le condizioni di vita precedenti, dall’altro l’esaltazione dello sviluppo senza limiti – interpretato come “segno di progresso” - si è sostituito ad una visione del mondo umanistica ed olistica, dove uomo e natura, ecosistemi ed economie erano in equilibrio ed interdipendenti.
La visione economica, il lavorismo, l’efficientismo, l’accumulo di ricchezza, imposti come valori positivi hanno scardinato questo sistema; essi hanno determinato la fisionomia delle società in cui viviamo, hanno prodotto i guasti ecologici, le disuguaglianze sociali e l’alienazione delle persone.
E se al posto di società che poggiavano sulla relazione uomo e natura simbiotici si sono affermati modelli dove al contrario l’uomo e la natura sono meri oggetti di sfruttamento economico, ecco perché si è arrivati ad un estremo degrado ambientale, sociale e culturale .
Questo modello di società sviluppista ed energivora pensa dunque di non poter rallentare o stabilizzare la sua crescita economica e finanziaria e se le risorse di energia (per lo più) fossili per sostenere i ritmi dello sviluppo saranno sempre meno disponibili e costose, la soluzione viene individuata nella costruzione di nuove centrali nucleari capaci di produrre energia (apparentemente) competitiva e che è detto abbiano una vita media di circa 60 anni. Eppure basterebbe consultare i numerosi studi scientifici ed economici, ascoltare le argomentazioni di autorevoli esperti, per ricordare una lunga serie di svantaggi e nocività che ne sconsiglierebbero l’impiego: 1) la mancanza di un margine di sicurezza accettabile nel funzionamento, 2) la contaminazione atmosferica e delle falde acquifere, 3) gli effetti sul genoma umano perduranti per decine di generazioni, 4) la difficoltà di smaltimento delle scorie (ancora in precaria ubicazione quelle già prodotte da vari decenni e non accettate da nessuna comunità sul proprio territorio), 5) la materia prima (uranio) in via di esaurimento e sempre più costosa, 6) i costi di produzione dell’energia (che visti nel complesso della gestione sino al ciclo finale di vita delle centrali e delle scorie, non sono affatto competitivi come dichiarato), 7) il lascito alle generazioni future di un problema ambientale e di salute (delle persone e degli animali) di gravità incalcolabile. Questo è lo scenario che scelte prive di buon senso stanno preparando per l’umanità futura e per il pianeta.
Piuttosto che correre dietro alla voracità energetica imposta dalla crescita sarebbe opportuno rispondere alla sua crisi ed al “picco del petrolio” – (peak oil)* come anche al crescente riscaldamento del pianeta, in primo luogo con una riconsiderazione dei nostri modelli di società e con un cambiamento degli stili di vita individuali e collettivi: imparare a consumare di meno, recuperare, riciclare e riutilizzare la maggior parte dei materiali, sviluppare i trasporti collettivi e socializzanti (vedi Jungo), il co-housing, liberare gli spazi delle città ingombri di automobili, sviluppare le reti web ed il telelavoro, lavorare meno (e tutti), riscoprire il valore del vivere lento e conviviale, il rapporto con la natura, istaurare il controllo sulla filiera del cibo e riappropriarsi della sovranità alimentare. In quanto alle energie, la prima fonte, la più importante da perseguire è costituita dal risparmio e dall’efficienza energetica, poi è naturale che si parli di energie rinnovabili in tutte le varietà ed integrazioni con impianti privati domestici diffusi su tutto il territorio. Questa prospettiva a pensarci bene delinea forse una redistribuzione economica ed un’equità sociale ‘troppo democratica’, rappresenta infatti uno scenario dove l’energia è accessibile e vantaggiosa per tutti, mentre riduce l’accentramento di poteri, il ricatto, la dipendenza e i grandi profitti.
Su questo argomento Neworld sta progettando un’altra delle sue ‘Art-action’ che avrà per titolo “DE-NUCLEARE”. L’iniziativa finalizzata ad una mostra collettiva degli eco-artisti, vuole essere un contributo creativo, una risposta critica alla prospettiva di nuclearizzazione del territorio e delle persone; la mostra raccoglierà una selezione di proposte di pittura, scultura, fotografia, arte digitale, video e performance.
*(Peak oil: il momento in cui si raggiungerà la massima quantità estratta, prossimo anche al suo esaurimento ed al suo costo elevatissimo)
L'INGANNO
di Michele Buono, Piero Riccardi
Da Report di domenica 29 marzo 2009
Alla fine si tratta solo di riscaldare acqua per far girare delle turbine che devono produrre elettricità. Ma non è che è esagerato mettere in moto una reazione nucleare per fare l'acqua calda? E' pericoloso? Conviene realmente? Si può fare diversamente? La Storia comincia nel 1953 e le intenzioni erano ottime: atomi per la pace – diceva Eisenhower – sottrarre l’atomo al controllo militare e usarlo per fare l’elettricità. Andò tutto bene per molti anni, poi successe quello che non doveva succedere: gli incidenti. Sellafield, Three Miles Islands, Chernobyl. E fu così che cominciò un lento declino del sistema. Nel 2002 l’ultima punta massima di produzione elettronucleare. Nel mondo i reattori sono 436: 8 in meno rispetto al 2002. Stanno invecchiando e nessuno si affretta a rimpiazzarli. Dal 1979 negli Usa non sono state più costruite centrali nucleari. Bush aveva promesso un rilancio dell’elettronucleare ma non se ne fece niente: l’investimento troppo rischioso per le banche e i soldi pubblici in giro ce ne sono pochi per via della crisi. Barak Obama taglia gli incentivi all’atomo e punta su rinnovabili e efficienza energetica. Stessa cosa fa la Germania dove una legge del 2002 stabilisce che non si costruiscono più centrali e i reattori esistenti man mano che giungono a fine vita si spengono. Intanto però si devono ancora fare i conti con le scorie. Di quanto costi poi il nucleare in termini di salute delle persone sembra meglio non parlarne. L’azione dell’Oms è blindata da un accordo del 1959 con L’AIEA (Organizzazione internazionale per l’energia atomica) che a sua volta dipende dal Consiglio di sicurezza dell’ Onu: in poche parole quello che sappiamo degli effetti del nucleare sulla nostra salute dipende dagli interessi dell’industria atomica. E la Francia con 58 reattori? Non è per niente indipendente per quanto riguarda l’energia e i problemi sul territorio sono tanti. Ma l’industria nucleare – francese, americana – è sempre in piedi e preme da tutte le parti per costruire. In Italia si sta parlando di rinascimento nucleare, ci siamo affidati ai francesi perchè ci hanno detto che le loro centrali sono le più sicure, è vero? E poi quando saranno terminate la nostra bolletta elettrica sarà veramente più bassa?
Testo integrale del servizio:
http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243^1084794,00.html
dossier sullo sfruttamento dei giacimenti di uranio nel Niger
http://www.resistenze.org/sito/te/po/nr/ponr8f16-003301.htm

NUCLEARE, PARISI (INFN): ACCORDO ITALIA-FRANCIA PESSIMA NOTIZIA
Fonte: http://www.polisblog.it
Giorgio Parisi, dice Wikipedia, “è uno dei fisici più autorevoli del mondo secondo la scala h-index ed è considerato uno dei migliori scienziati italiani in assoluto”. Insegna “Teorie Quantistiche” nel Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma “La Sapienza” ed è stato a lungo ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Polisblog lo ha incontrato per commentare l’intesa raggiunta tra il premier Berlusconi e il presidente Sarkozy sullo sviluppo di reattori di terza generazione al fine di produrre energia grazie all’atomo.
Professore, allora accordo Italia-Francia sul nucleare …
“E’ una conferma del fatto che l’Italia non è in grado di fare le centrali nucleari e che deve comprare all’estero la tecnologia necessaria. È una pessima notizia in quanto conferma che il governo vuole andare avanti in una direzione sbagliata”.
Scajola dice: “Scelta obbligata per non restare a secco”. E davvero così?
“I politici italiani sono convinti di poter dire qualunque cosa, indipendentemente dalla verosimiglianza e di non dover pagare mai per le bugie che raccontano. Sfortunatamente spesso hanno ragione. Tornando al merito della questione, non c’è assolutamente nessun pericolo per gli italiani di restare a secco (forse alcuni industriali e maneggioni rimarrebbero a secco)”.
Quanto senso ha puntare ancora sul nucleare e non sul rinnovabile?
“Nessuno. Inoltre è incompatibile con gli impegni presi. L’Italia si è già impegnata con l’Europa per il 2020 ad effettuare un risparmio energetico del 20 per cento, ad avere il 20 percento dell’energia proveniente dalle fonti rinnovabili e a ridurre del 20 per cento la produzione di C02. Se si centrano gli primi due obiettivi, il terzo viene automaticamente realizzato. Quindi non servono nuove centrali non rinnovabili. Inoltre, il nucleare, incide molto di più delle fonti rinnovabili sulle scarse risorse del paese e, la costruzione di centrali nucleari, può mettere in pericolo il mantenimento degli impegni presi sulle energie rinnovabili”.
Esiste un problema scorie?
“È un grosso problema. Non c’è ancora un consenso su come smaltire le scorie nucleari. Al momento attuale l’unica cosa da fare è di tenerle in depositi, stando attenti a tappare le falle ogni volta che si creano. Un Paese come il nostro, pieno di infiltrazioni mafiose, che non riesce a gestire i rifiuti della vita quotidiana, che ha superato l’emergenza rifiuti in Campania bruciano i rifiuti mettendo in pericolo la salute pubblica, dovrebbe mettersi a gestire anche i rifiuti nucleari …
E poi, il problema dello smantellamento delle centrali è un problema non risolto. Per smantellarla i lavoratori dovrebbero assorbire troppe radiazioni: dovremmo smantellarle utilizzando robot, ma la tecnologia non esiste”.
L’Italia è pronta al nucleare?
“Come può esserlo un paese arretrato del terzo mondo: se compriamo la tecnologia chiavi in mano, non possiamo costruirla. Temo che non abbiamo nemmeno le competenze per verificare la sicurezza degli impianti costruiti”.
La gente capirà?
“Penso di si, anche se i filonucleari fanno molta propaganda. Io sono convinto che alla lunga la gente capisce gli argomenti giusti. Il nucleare adesso è ancora più insensato che nel 1987 in quanto le tecnologie per le energie rinnovabili hanno fatto passi da gigante mentre, le tecnologie nucleari, sono rimaste a stecchetto”.
Nel resto del mondo cosa succede a riguardo?
“Tutte le previsioni danno una forte decrescita nell’uso dell’energia nucleare: le centrali in costruzione sono meno di quelle che saranno chiuse perché troppo vecchie. In un paese avanzato come gli Stati Uniti sono trent’anni che non si progetta un nuovo reattore: non c’è la convenienza economica”.
Il nostro Paese si prepara a costruire per il 2020 quattro reattori nucleari di terza generazione. Ci spiega di cosa parliamo?
“I reattori nucleari di terza generazione sono concettualmente simili a quelli attualmente in uso con piccole modifiche. I reattori nucleari veramente innovativi sono quelli di quarta generazione, ma non si sa bene quando saranno pronti, in quanto non sono state fatte ancora le scoperte necessarie per costruirli. I reattori di terza generazione consumano grandi quantità di uranio e il prezzo di questo materiale è notevolmente aumentato di sei volte negli ultimi anni. Sono reattori che diventeranno probabilmente obsoleti nei primi anni di funzionamento”.
Giovedi 26 Febbraio a Palazzo Valentini si è tenuta come programmato il Convegno di studi "La strategia della lumaca" - per una società della misura, idee e pratiche di un'altro sapere ed un altro saper fare. Nel contempo la mostra "BI-DE-CEINGE" con 42 eco-artisti all'Istituto Superiore antincendi si è aperta (con grande affluenza) il giorno 24 e rimarrà aperta sino all'8 Marzo. La partecipazione al convegno è stata sorprendente: circa 430 presenze rilevate dalle registrazioni effettuate al tavolo dell'Ufficio stampa. Non ci aspettavamo un'adesione così rilevante per la collocazione infrasettimanale dell'incontro e per la specificità del tema, ma ciò significa che stanno maturando i tempi per una maggiore consapevolezza ed interesse riguardo la soluzione dei pressanti problemi socio-ambientali che anziché essere recepiti dai governi sono ancora messi a dura prova dalle intenzione di "rilancio dello sviluppo" come soluzione alla crisi. Ma viene da domandarsi, i governanti così ottimisti, le Lobby macina denaro, i sostenitori del neo-liberismo hanno capito che stiamo navigando verso delle rapide vorticose che inghiottiranno tutto a meno di riuscire a guadagnare prima una riva? Anche la recentissima trovata cieca e propagandistica di ricorrere di nuovo alle centrali nucleari sembra dire no. La politica paludata negli apparati partitici non è stata capace di dare le risposte che i cittadini attendevano, e così l'organizzazione dal basso, le idee su come "agire" vanno più veloci, lo dimostrano gli esempi delle numerose associazioni che si stanno muovendo su un terreno di sperimentazione che vanno dalla diffusione delle teorie sulla decrescita agli esempi delle pragmatiche "transition Towns" inglesi e del movimento che ne è scaturito della "Transizione" che sta difondendosi in molti paesi. Altri esempi ne sono la proposta delle economie leggere, il commercio equo-solidale, il microcredito, i Gas, esperimenti di gestione territoriale come quello delle 300 famiglie di "CAmbieReSti" nel Comune di Venezia, L'Associazione dei Comuni virtuosi, La rete dei Comuni solidali, piccole ed importanti esperienze educative e solidali - cito per tutte - "Piedibus", "Jungo" e molte altre che vi invito a ricercare navigando sui nostri links. Insieme a queste vanno ricordate le rivendicazioni contro la privatizzazione delle risorse primarie del pianeta come la campagna internazionale "Contratto per l'acqua", la salvaguardia dei semi colturali in via di estinzione (seed savers), le rivendicazioni delle culture e delle economie contadine del sud-America e dell'India. Anche noi dell'Associazione Neworld daremo il nostro contributo continuando a studiare le problematiche irrisolte e proponendo idee e progetti che vadano in direzione di un "nuovo mondo" ecologico e socialmente equo. Indietro (nella barbarie) non possiamo né dobbiamo tornare, avanti ci aspetta la sperimentazione di nuovi modelli di società.

FINALITÁ DEL CONVEGNO E DELLA MOSTRA DI ECOARTE
La scelta di promuovere un convegno sulla decrescita ed una mostra ad esso collegata muove dall’idea di fare opera di sensibilizzazione verso gli amministratori pubblici di Comuni della Provincia di Roma ( a cui è principalmente dedicato l’evento) nell’intenzione di sollecitarli ad avviare dibattiti e sperimentazioni localmente. Sul tema della decrescita c’è oggi un grande interesse come dimostrano negli ultimi mesi il fiorire di incontri, la pubblicazione di numerosi libri ed articoli sui quotidiani e sulle riviste, ed anche sul web. Va ricordato che la teoria della decrescita, ha ispirato esperienze pratiche in diversi paesi tra i quali anche il nostro, esperienze interessanti ed utili per la formazione di una nuova cultura della sobrietà e di un cambiamento degli stili di vita.
Attraverso gli apporti teorici e pratici del convegno e le elaborazioni creative della mostra (che include varie discipline artistiche), si vuole veicolare un messaggio che espliciti i limiti della società dello sviluppo nonché la contraddizione del concetto culturale ed economico a suo sostegno definito sviluppo sostenibile che ne dovrebbe rendere praticabile l’attuazione.
L’una ha posto come valore predominante e parametro del progresso umano la crescita economica, lo sviluppo tecnologico, il produttivismo ad oltranza ed il consumo, l’altro tenta di attenuare gli effetti della devastazione dell’ambiente, del degrado sociale e culturale e della qualità della vita, proponendo uno ‘sviluppo controllato’, meno distruttivo ma in realtà sempre assoggettato ad una logica sviluppista. La teoria dello sviluppo sostenibile pone come inevitabile l’espansione delle attività, anzi tramite essa, sostiene, si potranno risolvere i problemi connessi all’ambiente e all’aumento della popolazione mondiale; nessun’altra alternativa di modello organizzativo che tenga conto della “finitezza” delle risorse e dei limiti di saturazione del pianeta è stata sin’ora esplorata fino in fondo.
Insomma a ben vedere, il risultato dell’ultimo secolo di esasperazione produttiva (e finanziaria, ne abbiamo i risultati evidenti sotto gli occhi) ha reso il mondo un posto meno salubre e vivibile, con parecchi problemi dovuti ad uno sfruttamento incontrollato delle risorse, paradossalmente in fase di impoverimento per una distribuzione iniqua della ricchezza e sofferente per le crescenti disuguaglianze sociali.
BREVI CONSIDERAZIONI SULLA TEMATICA
Parlare di decrescita (seppure ancora più sotto forma di teoria che di applicazioni pratiche), avviare un dibattito allargato che coinvolga i decisori pubblici, è tanto più urgente proprio di fronte alla profonda crisi strutturale che stiamo attraversando di carattere economico, ecologico e sociale,. Testimoniano questo stato di fatto il predominio dell’economicismo e della tecnologia sulla visione umanistica del mondo, fenomeni come il passaggio da economie di sussistenza povere ma dignitose alla miseria senza speranza dei paesi del sud del mondo, le difficoltà crescenti delle classi lavoratrici in tutte le società occidentali, l’insicurezza e la mancanza di fiducia nel futuro, il disagio sociale, la sofferenza psicologica e perfino l’ansia diffusa per la “mancanza di tempo”, traducibile come perdita di spazi di vita. Parlando di limitazione della crescita va notato che la recessione in atto ne ha già prodotto un drastico ridimensionamento, ma non è ancora incisiva una critica alternativa alla cultura economica e finanziaria che l’ha generata. Per questo c‘è la necessità di delineare una proposta culturale, sociale ed economica, capace di promuovere nuovi valori e nuovi stili di vita, rispettosi dell’ambiente e della biosfera, dei diritti fondamentali delle persone, valori che nessuna ‘società dello sviluppo’ sembra aver avuto la capacità di garantire. Riduzione dei consumi e del tempo destinato al lavoro, vivere meglio e convivialmente in un ritrovato equilibrio con il nostro pianeta. Questi alcuni degli assunti della decrescita. E’ urgente la necessità di transitare progressivamente verso un mondo più sobrio, equo e ‘realmente sostenibile’, prima che condizioni estreme lo impongano forzatamente.
IL CONVEGNO
Il convegno presentarà le elaborazioni teoriche e il microcosmo delle sperimentazioni che si sono prodotte in questi ultimi anni riconducibili alla teoria della decrescita che di per sé come sostiene il Prof. Latouche nel suo “Breve trattato sulla decrescita serena” è semplicemente ‘una bandiera dietro la quale si raggruppano quelli che hanno fatto una critica radicale dello sviluppo e vogliono delineare i contorni di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo. Il suo obiettivo è una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno. Si tratta di una proposta necessaria per ridare spazio all’inventiva e alla creatività dell’immaginario bloccato dal totalitarismo economicista, sviluppista e progressista’. Di fatto dunque, rientrano nel concetto di decrescita esperienze già in essere in molti campi che hanno come denominatore comune la ricerca della sobrietà e l’adozione di nuovi stili di vita compatibili con l’ambiente e l’equità sociale. Per portare un valido contributo teorico al convegno abbiamo invitato alcuni tra i più eminenti esperti della materia: Serge Latouche, Professore emerito dell’Università XI Paris-sud, teorico di riferimento del pensiero della decrescita; il Prof. Piero Bevilacqua, ordinario di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, esperto di storia dell’ambiente e delle culture rurali; Maurizio Pallante, ispiratore del movimento italiano per la decrescita felice, saggista, già esperto di energia e di tecnologie ambientali; Francesco Gesualdi del Centro per un nuovo modello di sviluppo di Vecchiano, già allievo di Don Milani alla scuola di Barbiana. Le esperienze pratiche che si intrecceranno alle esposizioni teoriche riguardano realtà (associazioni ed Enti pubblici) che hanno già realizzato o che hanno in corso d’opera progetti che testimoniano interessanti tentativi di cambio di rotta. Tra queste: la “Cooperativa MAG Roma”, microcredito per una finanza autogestita e solidale; “La città dell’altra economia”, spazio di aggregazione di esperienze varie, dal commercio equosolidale alla ristorazione bio, al riuso e riciclo; “Palocco per Kyoto”, associazione di residenti per un borgo sostenibile; Equorete: network di organizzazioni e soggetti orientati all’ecologia sociale; Ente Parco regionale dei Monti Lucretili con esperienze su campi della decrescita; ed infine L’associazione casa del cibo che opera nel campo dei rapporti tra agricoltura, città e cibo.
Luigi Straffi
(pres. Associazione Neworld)

LIVING IN A STILL LIFE / Cronache di un’inquinamento…
Ecoart action a cura di Antonietta Campilongo
dal 14 febbraio al 14 marzo 2009
alla Fonderia delle Arti - Via Assisi, 31 Roma.
Inaugurazione: sabato 14 Febbraio 2009 ore 17.30. Orario di apertura: lunedì-venerdì 10.00-20.00; Sabato 10.00-15.00.
artisti partecipanti:
Artisti Innocenti, Manuela Alampi, Marco Angelini, Roberto Angiolillo, Mario Armocida, Rosella Barretta, Gian Paolo Bonani, Sara Bonetti, Antonella Boscarini, Nello Bruno, Maria Cecilia Camozzi, Antonietta Campilongo, Stefano Cannone, Cristina Castellani, Antonella Catini, Antonio Ceccarelli, Maurizio Cintioli, Anna Costantini, Paola de Santis, Oronzo De stradis, Alfredo Di Bacco, Valentina Fabi, Daniela Foschi, Francesco Gentile, Marco Gerbi, Paola Giacon, Pier Maurizio Greco, Francesca Guarini, Rosella Lenci, Laura Leo, Carmelo Leone, Antonella Macaluso, Caterina Maggia, Loris Manasia, Gabriella Marchi, Maddalena Marinelli, Fulvio Martini, Stefano Marziali, Serena Meggiorini, Mariella Miceli, Simona Mostrato, Sante Muro, Giovanni Novi, Claudio Orlandi, Aldo Palma,Valentina Parisi, Giuliano Pastori, Nadia Perrotta, Astrid Pesarono, Adolfo Picano, Pommefritz Crew (Max Boschini & Mauro Manuini), Elettra Porfidi, Loredana Raciti, Grazia Ribaudo, Guido Ricci, Serafino Rudari,Graziano Russo, Fiorella Saura, Linda Schipani.
LIVING IN A STILL LIFE è una collettiva d’arte contemporanea, a cura di Antonietta Campilongo, allestita nei locali della Fonderia delle Arti di Roma. Nell’accezione comune, still life è sinonimo di natura morta e viene comunemente usato in pittura o in fotografia per indicare la rappresentazione artistica di un oggetto statico. Ma nel tema scelto, ovviamente, non c’è solo questo. C’è un doppio binario e una doppia velocità. Da un lato la riflessione sul tempo che scorre, con le inevitabili trasformazioni, le tracce indelebili che lascia su corpi ed oggetti e il continuo desiderio di fermarlo, di vincerlo. Dall’altro, la sensazione di vivere in uno spazio sofferto, in un ambiente naturale che va in panne, che respira a fatica e si blocca, scivolando in una pericolosa “retromarcia”. E la conseguente strenua difesa per la sopravvivenza.
Il tema dell’inarrestabile fuga del tempo e delle inevitabili “conseguenze” è presente nell’arte ab antiquo. Significativo, al riguardo, il mosaico pitagorico del cranio e della farfalla rinvenuto a Pompei. E le “danze macabre” medievali, con girotondi di scheletri, o i dipinti della serie “Tre vivi e tre morti”, in cui giovani cavalieri incontrano tre cadaveri “viventi” che li ammoniscono circa il loro futuro destino. Straordinario e visionario il San Gerolamo di Dürer, circondato dai simboli del sapere, ma con l’indice puntato su un cranio, termine ultimo di ogni percorso umano. In seguito, sul finire del ‘500, compare in Europa il genere della natura morta, spesso legata ai temi della vanitas e della caducità.
Non più rappresentazione a margine della figura umana ma soggetto protagonista di un nuovo modo di intendere l’arte e in grado di veicolare con sapienza simboli e allegorie. Caravaggio sosteneva che “vi è tanta manifattura nel fare un quadro di fiori come nel farne uno di figure”, e lo dimostra benissimo nella suacanestra di frutta, dove allo straordinario realismo fotografico si accompagna un’intensa riflessione sulla transitorietà della vita. Da qui in avanti la natura morta ha sempre esercitato un’attrazione ambigua. Da un lato il fascino e la ricercatezza di immagini vivide e realistiche, dall’altro una forma di sensualità torbida e inquieta in cui serpeggia il monito-messaggio. Anche un teschio tempestato di diamanti ci ricorda con “evidenza” che, in fondo in fondo, sotto la ricchezza sfavillante c’è sempre una fine certa.
E la natura intorno? Questo è il secondo punto. E’ più viva o più morta? Di sicuro non gode di ottima salute. L’alterazione dell’ambiente è evidente, con conseguenze diffuse a molteplici livelli: inquinamento dell’aria, acqua, suolo, chimico, acustico, elettromagnetico, luminoso, termico, genetico, nucleare…
A prescindere dalle percentuali, è necessaria una netta inversione di marcia, governi e lobbies economiche permettendo. L’arte talvolta fa finta di non vedere, volgendosi alla ricerca del sensazionale o scendendo nelle viscere del vizio. Tra le sue infinite potenzialità, c’è ancora la forza di gridare che qualcosa non va, e risvegliare coscienze ed energie. A volte ci riesce come può, con i suoi mezzi, e rappresenta una salvezza.
Living in a still life è un reportage; in bilico tra il potere salvifico dell’arte, l’inevitabile fuga del tempo e il tentativo di superarlo.
Pier Maurizio Greco
Riassumendo
Genere: Azione di Ecoarte collettiva
Titolo: Living in a still life / Cronache di un inquinamento…
Periodo: dal 14 febbraio al 14 marzo 2009.
Sede: Fonderia delle Arti.
Indirizzo: Via Assisi, 31
Città: 00181 Roma
Inaugurazione: sabato 14 febbraio 2009 ore 17.30
Orario di apertura: lunedì-venerdì - 10.00-20.00; Sabato 10.00-15.00
Ingresso: Libero
Curatrice: Antonietta Campilongo
Progetto e organizzazione: NEWORLD ECOART
idee e progetti per un mondo sostenibile
LINKS:
www.fonderiadellearti.com

TI RICICLO IN ARTE / in arte ti riciclo…
ECOART-ACTION. Mostra a cura di Antonietta Campilongo; Presentazione: Gianni Piacentini. Dal 7 Marzo al 30 Aprile 2009. Palazzo Doria Pamphilj / Museo archeologico - Valmontone, Piazza della Costituente. Inaugurazione: sabato 7 Aprile 2009 ore 17.30. Orario apertura: martedi-venerdi: 10-13; sabato/domenica: 10.00-13.00/15.30-19.00. INGRESSO LIBERO.
RIASSUMENDO:
Genere: Arte contemporanea - Collettiva
Titolo: Ti Riciclo in Arte/, In Arte Ti Riciclo
Periodo: dal 7 marzo al 30 aprile 2009
Sede: Palazzo Doria Pamphilj Museo Archeologico Valmontone
Indirizzo: Piazza della Costituente
Città: Valmontone (Roma) - 00038
Inaugurazione: sabato 7 marzo 2009 ore 17.30
Orario di apertura - dal martedì al venerdì - 9.00-13.00 / sabato domenica 10.00 - 13.00 - 15.30 - 19.00
Ingresso: Libero
Patrocinio:Città di Valmontone- Assessorato alle Politiche Culturali - Assessorato all'Ambiente
A cura: Antonietta Campilongo
Presentazione: Gianni Piacentini
Organizzazione: Associazione N EWORLD – Idee e progetti per un mondo sostenibile
Progetto: NWecoart
Servizio didattico: Laboratorio d’Arte per le Scuole “Raccolgo, Recupero, Riciclo…CREO!”
Lab. Art con la collaborazione dell'Associazione Pro Loco Valmontone-Tel. 393 9301310 - 393 9301895
Artisti:
Artisti Innocenti, Marco Angelini, Simona Abruzzini, Roberto Angiolillo, Giancarlo Baraldo, Rosella Barretta, Gian Paolo Bonani, Sara Bonetti, Antonella Boscarini, Elena Bonuglia. Nello Bruno, Maria Cecilia Camozzi, Antonietta Campilongo, Silvia Castaldo, Cristina Castellani, Antonella Catini, Antonio Ceccarelli, Enzo Correnti, Anna Costantini, Arianna De Benedetti, Paola de Santis, Alfredo Di Bacco, Mario Di Carlo, Daniela Foschi, Elfriede Gaeng, Ambrogio Galbiati. Marco Gerbi, Pier Maurizio Greco, Rosella Lenci, Laura Leo, Gabriella Marchi, Stefano Marziali, Mariella Miceli, Consuelo Mura, Sante Muro, Giovanni Novi, Albino Palamara, Aldo Palma, Ilaria Pergolesi, Astrid Pesarino, Adolfo Picano, Simonetta Pizzarotti, Pommefritz Crew (Max Boschini & Mauro Manuini), Elettra Porfiri, Loredana Raciti, Marco Recchia, Grazia Ribaudo, Guido Ricci, Serafino Rudari, Fiorella Saura, Linda Schipani, Giuseppe Viglione, Zago, Zoro
INFO:
Tel. 06 95995046 - 339 4394399
IN ARTE TI RICICLO
Giunti con la presente edizione alla quarta tappa del progetto espositivo sull’arte che ricicla materiali finalizzati all’opera, si potrebbe tentare un consuntivo dei lavori che si ritrovano oggi a Palazzo Doria Panphilj Valmontone.
Nelle esposizioni ospitate nel 2008 prima alla Fonderia delle Arti di Roma, poi alla chiesa di San Francesco a Capranica, e di seguito alla sede londinese della galleria Candid Arts, si possono rintracciare delle linee fondamentali.
Nelle opere si tematizza il riciclo mirando a farne l’oggetto dell’opera. L’osservazione si concentra sul senso del consumo e sul pericolo avvertito nell’uso improprio e smodato di quelle stesse risorse del pianeta che vanno a compromettere non solo la sopravvivenza delle generazioni future ma anche della nostra.
Queste visioni si risolvono spesso in una paesaggistica espressamente caotica (con gran pullulare di plastiche ) e in immagini di una natura ormai desertificata. Tra astratto e figurale, i rifiuti vengono adottati per essere finalmente rimessi a fuoco e sperimentati in un campo d’azione dove si è guidati dalla concretezza dei materiali in una visibile e a volte allucinata araldica.
Non mancano immagini apologetiche e analisi per frammenti. Tutta l’apparentemente compiuta ciclicità naturale trova pericolosi ostacoli in una cultura industriale spesso colpevolmente silenziosa delle reali conseguenze delle sue scelte.
Altrimenti, nel caleidoscopio delle immagini e delle composizioni, i materiali e gli oggetti vengono direttamente prelevati giocando ironicamente con la componente decorativa e la manipolazione. Con atteggiamento pragmatico, alcuni artisti (che fanno in modo di sembrare ingenui) re-impiegano in arte ciò che è già stato usato evitando in tal modo di prelevare materiali nuovi. Si considera questa soluzione una forma di risparmio energetico grazie alla quale materiali inquinanti assumerebbero leggerezza e soavità lirica perdendo la loro carica apocalittica.
In alcuni lavori si intende forse salvare le tracce del vissuto privato, preservare gli scarti e assegnare loro un’emblematicità, una vita fissata, fino a proporre un positivo riscatto dei brandelli, una qualche riabilitazione del degrado.
La produzione artistica, anche la più germinativa o seriale, non si piega all’atteggiamento onnivoro del consumo. Prolifera, certo agisce capillarmente ma, sia pure non andando a piantare boschi come Beuys, decanta, purifica. Comunica all’umanità in cui confida.
Tutti gli artisti del pianeta per quante tele coprano di colore (pur con le innumerevoli prove e studi preliminari necessari per giungere a una singola opera riuscita) non partecipano al degrado della natura prodotto dall’umanità, perché ciò sarebbe direttamente corrispondente al degrado stesso dell’umanità.
Agli artisti si impone, pure in modo implicito, di lanciare dei segnali chiari. Di dissenso. Di spostamento o di spaesamento.
Panta rei, tutto gira, tutto è ciclico ma mai identico.
Al riciclo dei materiali siamo tutti obbligati in quanto uomini, ma gli artisti non desiderano il ricliclo delle loro opere. Gli artisti lavorano per proprio conto contro il riciclo. Sognano di resistere al tempo, pretendono di lasciare una traccia stabile.
La storia dello smembramento e la tarda ricomposizione della tavola del San Gerolamo di Leonardo, sottratta al suo destino di sgabello ed oggi ammirata nei Musei Vaticani, è, almeno per gli artisti, una consolazione.
Eppure nella follia del consumare l’uomo è costretto sempre di più a fare i conti con un pianeta impoverito e degradato. Se vuole sopravvivere deve imparare a non sprecare, a progettare ogni oggetto in vista di una sua trasformazione in altro.
E perché l’artista dovrebbe illudersi di sfuggire a questo destino?
Si può davvero immaginare un'opera d’arte riciclabile?
Gianni Piacentini
FINALITA' E SCOPI DELL'ASSOCIAZIONE NEWORLD
L’Associazione Neworld è nata nel 2007 allo scopo di sviluppare "idee e progetti per un mondo eco/equo-sostenibile". Attraverso la collaborazione interdisciplinare e l’interazione con altre realtà associative, Enti territoriali, istituzioni di ricerca, specialisti di settore, vengono elaborati progetti che vogliono contribuire a ricercare possibili soluzioni alle problematiche ecologiche e sociali del nostro tempo. Questi modelli vogliono stimolare una rinnovata attenzione ed un interesse verso quelle tematiche, sollecitare l’avvio di processi virtuosi che favoriscano un'inversione di tendenza riguardo la crescita senza limiti perseguita dalle società dello sviluppo che vedono nell'aumento della produzione, del PIL e nell'economia globalizzata l'unica ed indiscussa via da percorrere. Ciò è tanto più urgente di fronte alla crisi che stiamo vivendo di ordine finanziario, economico, delle gravi modificazioni del clima e degli ecosistemi, di accentuazione delle disuguaglianze e dei conflitti sociali, dell’affermarsi di stili di vita che mitizzano ed inseguono ottenimenti come il successo, la ricchezza, l’apparire, il potere ed altri disvalori, inadatti a realizzare un mondo solidale ed altruistico in sintonia con la natura e con tutte le forme viventi.
Testimoniano questo stato di fatto il sopravvento dell'economicismo e delle tecnoscienze sulla visione umanistica del mondo, fenomeni come il passaggio da economie povere ma dignitose alla miseria senza speranza dei paesi del sud del mondo, le difficoltà crescenti delle classi lavoratrici in tutte le società occidentali, l’insicurezza e la mancanza di fiducia nel futuro, il disagio sociale, la sofferenza psicologica e perfino l’ansia diffusa per la “mancanza di tempo”, traducibile come perdita di spazi di vita.
Per questo c‘è la necessità di delineare una proposta culturale, sociale ed economica, capace di promuovere nuovi valori e nuovi stili di vita, rispettosi dell’ambiente e della biosfera, dei diritti fondamentali delle persone, valori che l’attuale modello di organizzazione della società dei profitti e dell’individualismo non riesce a garantire.
Da tempo questo sforzo di analisi, elaborazione e proposta si è ritrovato attorno alla teoria della “decrescita” che si propone di ridurre i consumi e il tempo destinato al lavoro, vivere meglio e convivialmente in un ritrovato equilibrio con il nostro pianeta. Noi sosteniamo la necessità di "transitare" progressivamente verso un mondo più sobrio, equo e realmente sostenibile, prima che estreme condizioni ambientali, sociali ed economiche lo impongano forzatamente. Ma perché questo possa accadere è imprescindibile che al di là dell'azione sociale e politica, si aprano le coscienze individuali; deve nascere un nuovo senso della solidarietà, dell'interdipendenza, della condivisione dei beni e dei saperi, dell'equità, insieme ad una evoluzione dell'interiorità umana, che faccia pensare e dire: "NOI...", anziché "IO".

CHE COS'E' LA DECRESCITA?
Di Serge Latouche
Professore emerito presso l'Università Paris sud
da “Breve trattato sulla decrescita serena” pagg.17-18-19.( Per concessione dell’autore)
La decrescita è uno slogan politico con implicazioni teoriche “una parola-bomba” come dice Paul Ariès, che vuole far esplodere l’ipocrisia dei drogatì del produttivismo. E’ vero comunque che il contrario di un’idea perversa non produce necessariamente un’idea virtuosa: non si tratta quindi di sostenere la decrescita per la decrescita, il che sarebbe assurdo quanto lo è sostenere la crescita per la crescita... La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità dell’abbandono dell’obiettivo della crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità. Non soltanto la società è ridotta a mero strumento e mezzo della meccanica produttiva, ma l‘uomo stesso tende a diventare lo scarto di un sistema che punta a renderlo inutile e a farne a meno. Per noi la decrescita non è la crescita negativa, ossimoro che rispecchia alla perfezione il dominio dell’immaginario della crescita. Sappiamo che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nello sgomento, aumenta i tassi di disoccupazione e precipita l’abbandono dei programmi sociali, sanitari, educativi, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Possiamo immaginare quale catastrofe provocherebbe un tasso di crescita negativo! Come non c’è niente di peggio di una società del lavoro senza lavoro, non c’è niente di peggio di una società della crescita in cui la crescita si rende latitante. Questo regresso sociale e civile è esattamente quel che ci aspetta se non cambiamo la nostra direzione di marcia. Per tutte queste ragioni, la decrescita è concepibile soltanto all’interno di una “società della decrescita”, ovverosia nel quadro di un sistema basato su una logica diversa. L’alternativa dunque è esattamente “decrescita o barbarie”! A rigore, sul piano teorico si dovrebbe parlare di a-crescita, come si parla di a-teismo, più che di de-crescita. In effetti si tratta di abbandonare proprio una fede o una religione, quella dell’economia, del progresso e dello sviluppo, di rigettare il culto irrazionale e quasi idolatra della crescita fine a sé stessa. In prima istanza la decrescita è dunque semplicemente una bandiera dietro la quale si raggruppano quelli che hanno fatto una critica radicale dello sviluppo e vogliono delineare i contorni di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo. Il suo obiettivo è una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno. Si tratta di una proposta necessaria per ridare spazio all’inventiva e alla creatività dell’immaginario bloccato dal totalitarismo economicista, sviluppista e progressista.

Da "PIANO B 3.0" (cap 10 progettare la città)
di Lester Brown - Worldwatch Institute
Nel 1974, mentre mi recavo a una conferenza alla periferia di Stoccolma, passai davanti a un orto comunitario vicino a un alto palazzo. Era un idilliaco pomeriggio estivo, con molta gente che curava il proprio pezzo di terra vicino casa. Più di 30 anni dopo ricordo ancora la scena grazie a quel senso di soddisfazione che emanava da quelle persone. Erano impegnati per lo più nella cura degli ortaggi, ma alcuni anche dei fiori. Ricordo che pensai: “Ecco ciò che contraddistingue una società civilizzata”. Nel giugno 2005, la FAO ha riferito che le fattorie urbane e periurbane, quelle che si trovano in città o nelle sue immediate vicinanze, forniscono cibo a circa 700 milioni di residenti urbani in tutto il mondo. Si tratta soprattutto di piccoli appezzamenti, terreni abbandonati, cortili e persino tetti di palazzi.
All’interno e nelle vicinanze di Dar Es Salaam, la capitale della Tanzania, ci sono circa 650 ettari di terra dove si coltivano ortaggi. Questi terreni forniscono non solo prodotti di giornata alla città, ma anche il sostentamento a 4.000 contadini che lavorano intensamente i loro piccoli appezzamenti per tutto l’anno. Lontano, dall’altra parte del continente africano, un progetto della FAO permette ai cittadini di Dakar, nel Senegal, la produzione di pomodori fino a 30 chilogrammi annui per metro quadrato, con un ciclo continuo di coltivazione di orti collocati sui tetti dei palazzi.
A Hanoi, in Vietnam, l’80% degli ortaggi freschi proviene da terreni situati all’interno del territorio urbano o nelle immediate vicinanze. Appezzamenti di questo tipo producono anche il 50% della carne di maiale e pollame consumato in città. La metà del pesce d’acqua dolce viene fornito dagli allevatori di pesce urbani. Il 40% delle uova si produce all’interno della città o nelle periferie. I contadini urbani riciclano in modo ingegnoso i rifiuti umani e animali per nutrire le piante e per fertilizzare le vasche da itticoltura.
Alcuni allevatori di pesce vicino a Calcutta, in India, gestiscono vivai utilizzando le acque di scarico e producono 18.000 tonnellate di pesce ogni anno. I batteri delle vasche di depurazione demoliscono i rifiuti organici provenienti dal sistema fognario cittadino. Ciò favorisce la rapida crescita delle alghe che sono il nutrimento dei pesci erbivori locali. Questo sistema fornisce alla città costanti approvvigionamenti di pesce fresco di qualità decisamente migliore rispetto a qualsiasi altro presente sul mercato di Calcutta.
La rivista Urban Agriculture descrive come Shanghai sia riuscita a creare intorno alla città un sistema di riutilizzo continuo delle sostanze nutritive. L’amministrazione comunale gestisce 300.000 ettari di terra agricola dove viene effettuato il riciclo notturno dei rifiuti della città. La metà del maiale e del pollame di Shanghai, il 60% dei suoi ortaggi e il 90% del latte e delle uova è prodotto in città e nelle sue immediate vicinanze.
A Caracas, in Venezuela, un progetto della FAO finanziato dal governo ha realizzato nei quartieri della città 8.000 micro orti di un metro quadrato ciascuno, molti dei quali a pochi passi dalle cucine delle famiglie. Non appena un ortaggio è maturo viene immediatamente raccolto e al suo posto sono interrate nuove piantine. Ogni metro quadrato, coltivato in continuazione, può produrre 330 cespi di lattuga all’anno, 18 chilogrammi di pomodori o 16 chilogrammi di cavolo. L’obiettivo del Venezuela è di raggiungere in tutta la nazione 100.000 micro orti nelle aree urbane del paese e 1.000 ettari di appezzamenti fertilizzati con il compost.
C’è una lunga tradizione di orti collettivi nelle città europee. Sorvolando Parigi se ne possono vedere in gran numero alla periferia della città. La Community Food Security Coalition riferisce che il 14% degli 8 milioni di residenti a Londra produce da sé una parte del proprio cibo. Per Vancouver, la più grande città della costa occidentale del Canada, la percentuale è pari a un impressionante 44%.
Nella città di Filadelfia, negli Stati Uniti, fu chiesto a coloro che si dedicavano all’orticoltura la motivazione della loro attività. Il 20% rispose che lo faceva per svagarsi, il 19% per migliorare il proprio benessere psicologico e il 17% per mantenersi in forma. Un ulteriore 14% lo fa perché l’orto garantisce prodotti di qualità superiore. Altri hanno dichiarato che era soprattutto per motivi di costi e di convenienza.
In alcuni paesi, come gli Stati Uniti, vi è un potenziale enorme non sfruttato per gli orti urbani. Un sondaggio ha indicato che Chicago ha 70.000 lotti liberi e Filadelfia ne ha 31.000. I lotti liberi a livello nazionale ammonterebbero a centinaia di migliaia. La relazione dell’Urban Agriculture elenca i motivi per i quali sono da incentivare gli orti urbani. Essi hanno “un effetto rigenerativo (...) quando i lotti liberi si trasformano da pugni in un occhio, o da pericolose discariche, in giardini generosi, belli e sicuri, che nutrono i corpi e le anime della gente”.
Strettamente collegati alla diffusione degli orti urbani sono i mercati dei contadini locali, dove i coltivatori che si trovano vicino a una città producono frutta e ortaggi freschi, carne, latte, uova e formaggio da distribuire in modo diretto ai cittadini. La forte richiesta di prodotti freschi di alta qualità e il desiderio di sostenere i coltivatori locali ha contribuito a incrementare negli Stati Uniti il numero di mercati di questo tipo da 1.755 nel 1994 a quasi 5.000 nel 2007. Questo movimento diretto a un incremento del cibo prodotto localmente, si sta attualmente affermando presso ristoranti che offrono nei loro menu cibo prodotto in zona, e presso un crescente numero di supermercati che vendono alimenti locali. Entrambi, ristoranti e supermercati, possono trattare direttamente con i contadini la fornitura di quantità fisse di prodotti stagionali.
Con l’inevitabile aumento dei prezzi del petrolio nel prossimo futuro, i benefici economici della diffusione dell’agricoltura urbana e del consumo di cibo prodotto localmente, diventeranno ancora più ovvi. A parte la disponibilità di prodotti più freschi, ciò aiuterà molti a scoprire i benefici sociali e psicologici dei quali gli orti urbani e i prodotti locali possono essere fonte.